giovedì, Aprile 3, 2025
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A VERCELLI PER IL VIOTTIFESTIVAL NUOVO APPUNTAMENTO CON IL QUARTETTO ADORNO

Ieri sera, sabato 15/02, il nuovo concerto del ViottiFestival ha ospitato il quinto recital del Quartetto Adorno, nuova tappa del percorso esecutivo dell’integrale dei quartetti per archi di L. van Beethoven. Composto attualmente da Edoardo Zosi e Liù Pellicciari ai violini, Benedetta Bucci alla viola e Francesco Stefanelli al violoncello, il Quartetto Adorno è oggi apprezzato come uno dei migliori quartetti d’archi in Europa, che sin dalla sua nascita, dieci anni fa, ha dato prova di un non comune impegno di studio e di ricerca che in breve tempo lo ha condotto ad una maturità esecutiva e ad una profondità d’interpretazione che non possono non sedurre il pubblico. Il programma di ieri sera proponeva i Quartetti n.4 in Do minore e n.5 in La Maggiore op.18 (1799-1800) e il Quartetto n.1 in FA maggiore op.59, il primo dei tre ‘Razumovskij’ (1806). L’impaginato è, come sempre per il Quartetto Adorno, scelto con intelligenza e rigoroso criterio musicologico. Si tratta infatti di quartetti che rappresentano due epoche, due ‘stili’ diversi del genio di Bonn. I due quartetti dell’op.18, tra i primissimi composti da Beethoven, si caratterizzano per una scrittura ancora ispirata dai grandi esempi di Haydn e Mozart, peraltro animati dal soffio possente di un’energia nuova, fatta di accentuati contrasti motivici ed espressivi. La cifra interpretativa dell’Adorno appare subito in tutta la sua espressività sin dall’intensa passionalità e dalla fluente e limpida linea melodica con cui il primo violino di Zosi presenta il tema principale, dell’iniziale Allegro ma non tanto, seguito dal secondo tema che Liù Pellicciari al secondo violino suona con una espressività di affettuosa delicatezza, per poi dare vita ad un contrappunto col primo violino e con la viola. E’ l’inizio di un quartetto eseguito da un ensemble dal suono pieno, con eccellente intonazione e un sincronismo negli attacchi della ricca trama polifonica, degno di una grande formazione, capace di un fraseggio illuminato dalle più varie sfumature timbriche e dinamiche, aderenti ad una scrittura musicale ricca di contrasti, dalla ripresa e dalla coda cupe e laceranti del primo tempo, alla connotazione umoristica delle note staccate dell’Andante quasi Allegretto, all’eleganza delicata del tessuto melodico del Minuetto, per concludere con la variegata successione dei couplets del Rondò finale, cui ogni strumento ha dato il suo apporto, in una continua tensione interpretativa. Banco di prova per misurare il perfetto affiatamento raggiunto dagli archi dell’Adorno è il successivo quartetto, il n.5 dell’op.18. Notoriamente il più vicino al modello mozartiano, soprattutto il meraviglioso Kv 464, di cui peraltro raramente eguaglia la profondità e la bellezza, questo quartetto di Beethoven vede peraltro lo sviluppo di un’intensa dialogicità tra i quattro strumenti e un’abbondante messe di sottigliezze che sfidano la bravura dei membri dell’ensemble. Di un’eccellenza che possiamo identificare nella perfezione è in particolare l’esecuzione del Finale Allegro, in cui il Quartetto Adorno suona splendidamente l’ingegnosa architettura del movimento, dando vita ad un mondo sonoro straordinario per i violenti contrasti dinamici, per la tensione agogica febbrile, in una incessante contrapposizione dei gruppi strumentali nel gioco vario e suggestivo delle imitazioni. Con i Quartetti op.59, Razumovskij, Beethoven ha ormai maturato uno stile del tutto personale, che lo spinge a superare la soglia delle convenzioni dei vari generi musicali, alla ricerca di nuove strade. L’estensione senza precedenti, da grande sinfonia, è la caratteristica formale più appariscente del Quartetto n.1 op.59, che sta a testimoniare il nuovo clima di ricerca musicale in cui si muove Beethoven. Di fronte a questo monumento il Quartetto Adorno mostra un supremo controllo del vasto e complesso materiale musicale e la tendenza a interpretarne lo ‘spazio’ dilatato oltre ogni limite tradizionale anzitutto come arricchimento delle potenzialità timbriche del genere, secondo quella che era certamente una delle intenzioni basilari di Beethoven. Da qui la cura calibrata all’estremo delle palette dei quattro strumenti, a cominciare già dall’Allegro iniziale, col caldo e intenso, energico violoncello di Stefanelli ad attaccare il tema principale e lo sfolgorare del primo violino di Zosi a chiuderlo nella coda, In mezzo, un lungo, meraviglioso viaggio di timbri, sfumature, colori in contrasto o fusi in singolari associazioni da un contrappunto denso e sempre originale e suggestivo. Ma questo cosmo sonoro è anche costruito su contrasti ritmici e naturalmente dinamici, che i quattro bravissimi interpreti suonano con una cavata energica e ricca, che si esalta nel secondo movimento, l’Allegretto vivace, che abbiamo ascoltato con vera emozione e nel Thème Russe del travolgente finale Allegro. Naturalmente, l’intensità e profondità di scavo espressivo nella partitura è un’altra delle virtù riconosciute al Quartetto Adorno e si realizza con risultati di altissimo livello nell’Adagio molto e mesto in terza posizione, dove, con sobrietà e tensione emotiva a un tempo, violino primo e violoncello, sostenuti in contrappunto da violino secondo e viola, dilatano e sviluppano i tre temi centrali da cui affiora il dolore umano in tutte le sfaccettature del sentimento, dal compianto funebre al singhiozzo: una lezione di interpretazione davvero magistrale. Al termine di questo magnifico concerto il pubblico del Teatro Civico è esploso in un applauso emozionato e travolgente, che ha ottenuto un bis: un delizioso valzer di Schubert, trascritto per quartetto d’archi da Richard Strauss. Un concerto decisamente da archiviare nella memoria.

16 febbraio Bruno Busca

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