Un viaggio “fai da te” di una decina di giorni a circa 8800 km da Milano, in una zona estrema dell’Asia continentale, rappresenta certamente un’occasione preziosa per esplorare, seppure parzialmente dati i tempi ristretti, una parte del pianeta di grande interesse storico, umano, culturale e artistico.
Siamo partiti il 17 agosto dalla Malpensa, all’una del pomeriggio, con un volo dell’Air China trovato facilmente su Volagratis – scalo di circa quattro ore a Pechino – arrivando a Seoul (si pronuncia “Sol”) il 18, verso mezzogiorno ora locale: complessivamente, 12 ore di volo. Al ritorno, il 27 agosto, il volo è stato più lungo, con uno scalo a Cheng-du di quasi otto ore; ma tutto si è svolto senza problemi.
In Corea la differenza oraria è di + 7 ore rispetto all’Italia, che nel periodo estivo adotta l’ora del fuso confinante più ad est; in inverno è quindi di +8 ore. L’ora di arrivo ci è stata molto utile per raggiungere l’albergo (prenotato tramite Booking come gli altri) giusto poco dopo l’inizio della fascia oraria del check-in, disponendo poi di tutto il pomeriggio per cominciare ad orientarci nella vastissima capitale sudocoreana, che vanta 10 milioni di abitanti (ma, se si considera l’area della conurbazione, quasi 28 milioni, ossia più della metà dell’intera popolazione del Paese).
L’aeroporto internazionale di Incheon, dove siamo atterrati, è collocato su un’isola artificiale, a circa 70 km a ovest dalla città: è il più grande della Corea. Le indicazioni per uscire dall’area del controllo passaporti e del ritiro bagagli (rapidissimo) sono comunque molto chiare: seguiamo le frecce arancione dell’AREX (Airport Railroad Express), il treno rapido di collegamento con la Seoul Station, arrivando al piano B2 con le macchinette per l’acquisto dei biglietti (costo 9500 won, ossia più o meno 7 euro); al piano sottostante B1 partono i treni. È tutto molto comodo ed efficiente: in neppure un’ora siamo alla stazione di Seoul. Se avessimo optato per il treno All Stations, indicato in azzurro, avremmo risparmiato qualcosa, impiegando però una buona mezz’ora in più, essendo una metropolitana che obbliga ad una quindicina di fermate (distanti tra loro). Pure la stazione è una struttura enorme, collegata alle linee 1 (blu) e 4 (celeste) della metro: essendoci ben nove linee diverse, cui si aggiunge una quindicina di passanti ferroviari, per evitare errori e conseguenti ritardi preferiamo prendere un taxi, che con 7 euro ci porta a destinazione in neppure un quarto d’ora. Eccoci dunque all’hotel: il Travelodge Dongdaemun Seoul, 359 Dongho-ro, Jung-gu, un grattacielo di ventun piani in una zona strategica per muoverci (anche a piedi) nella stupefacente metropoli. Per quattro notti in una camera doppia con bagno, al 20° piano, con panorama stupendo sulla città, abbiamo speso 330 euro, colazione coreana inclusa (per le ultime due notti del viaggio abbiamo alloggiato all’elegante Hotel Lemong, 28 Jong-ro 16 gil, Jongno district, 195 euro).
Occorre sottolineare che abbiamo trovato con piacere sempre un ottimo rapporto qualità/prezzo sia per le sistemazioni alberghiere che per le consumazioni e i pasti (con l’eccezione del caffè espresso, in genere a più di 3 euro), grazie a un favorevole cambio con la moneta locale, i won (1 euro corrisponde a circa 1500 won).

La cucina coreana è saporita e leggera, con piatti a base di riso, verdure –anche fermentate – carne o pesce, conditi con salse spesso piccanti. Occorre in genere mescolare il tutto in una ciotola, in un mix piacevolissimo, oppure gustare bocconi all’interno di foglie arrotolate, non solo di lattuga, che diventano buonissimi involtini. Ottimi i ravioloni farciti serviti in una zuppa. In un ristorante la carne è stata cotta davanti a noi su un braciere e poi tagliata con grosse forbici in fettine sottili: una decina i contorni da scegliere via via per gli involtini. Una vera squisitezza! Anche lo street food è gustoso: abbiamo molto apprezzato i cosiddetti pancake coreani e, come piccoli dolci, gelatine di mango.
I musei hanno ingresso gratuito o con agevolazioni, e in ogni caso i biglietti, anche per le attrazioni, sono in genere di pochi euro. Pure i tour guidati hanno costi accessibili.
Per quanto riguarda il collegamento a Internet, non abbiamo comprato Sim né noleggiato Pocket-wifi: è davvero facile trovare dappertutto free-wifi, usando Whatsapp per messaggi e chiamate in Italia, senza nessun problema! Per la modernissima metropolitana, frequente, perfetta per muoversi, con indicazioni precise per le numerose uscite e gli interscambi, si spende poco. Le carrozze sono molto spaziose; si può seguire il percorso del treno su pannelli elettronici e, curiosamente, buffi squilli di tromba ne segnalano l’arrivo imminente. Si possono comprare tessere ricaricabili, le T-card, a prezzi agevolati, oppure biglietti di corsa singola, a 1500 won. Le macchinette nelle stazioni accettano solo monete e non carte di credito, perché è previsto un deposito rimborsabile a fine corsa restituendo il biglietto. Anche il credito residuo delle T-card è rimborsabile. L’unica difficoltà incontrata, dal punto di vista pratico, è stata proprio ottenere il cash: soltanto una delle nostre carte di credito era sempre accettata nei dispositivi ATM. L’altra, pur essendo una carta “Gold” del circuito Master Card, con il profilo “Mondo”, è stata validata una sola volta in un ATM “Global”: neppure agli sportelli della banca cui ci siamo rivolti è servita per ottenere contanti; e abbiamo scoperto che altri turisti avevano avuto il nostro stesso problema. Meglio quindi, prima della partenza, accertarsi che la propria carta funzioni in Corea per il ritiro di moneta. Per il resto, tutto ha sfiorato la perfezione: la capacità organizzativa e l’altissima tecnologia emergono ovunque. La comunicazione è resa facile dal fatto che l’inglese come seconda lingua è molto diffuso e usato per tutte le informazioni e indicazioni necessarie. Abbiamo inoltre avuto l’impressione sia che un forte principio di solidarietà collettiva animi ogni persona, sia che ciascun lavoro venga sempre svolto con alta professionalità. I sudcoreani ci sono apparsi un popolo spontaneamente disponibile ad aiutare subito chi dovesse avere qualche intralcio, in qualsiasi situazione. Code disciplinate di cittadini per salire sull’autobus, bagni pubblici moderni sempre pulitissimi, strade con pochi cestini ma prive di rifiuti (solo di notte si accumulano in quantità, per la raccolta differenziata), edifici e muri non imbrattati, un senso di ordine compartecipato e un notevole silenzio anche nelle aree più affollate ci hanno convinto dell’esistenza di un modello comportamentale sociale profondamente ispirato al rispetto verso gli altri. Insomma, ci è parso che in generale prevalga un consapevole senso civico, indipendentemente da eventuali normative– e conseguenti sanzioni – più severe di quelle vigenti in Italia, e al di là di episodi di corruzione e malgoverno che hanno contrassegnato la storia più recente.
SEOUL
Nonostante previsioni meteorologiche pessime legate alla stagione delle piogge – agosto non è considerato il mese migliore per un viaggio in Corea, si dovrebbe preferire la primavera o l’autunno – abbiamo sempre avuto un tempo discreto, soleggiato, con l’eccezione di una sola giornata particolarmente piovosa. L’afa non è mai stata davvero insopportabile, grazie all’aria condizionata ovunque e…all’uso di ventagli!
La nostra prima visita di Seoul si è avvalsa, grazie alla vicinanza rispetto all’hotel, di un piacevolissimo percorso, per lo più ombreggiato, sotto il livello stradale lungo il torrente Cheonggyecheon, che attraversa la città per 11 km prima di sfociare nel fiume Hangang. Si tratta di una sorta di “High Line” newyorchese (o meglio “Low Line” o “Water Line”!), frutto di un progetto urbanistico del 2003 finalizzato a restituire alla città un luogo fruibile dal punto di vista ricreativo, di sicuro fascino: era infatti finito in un tale degrado che inizialmente si decise di coprirlo con una sorta di superstrada. Per fortuna menti illuminate l’hanno poi eliminata, trasformando il torrente, dalle acque limpide popolate da uccelli come aironi e germani, in una vera oasi nel cuore della metropoli. Ventidue ponti lo scavalcano, e numerose scalette consentono di scendere per la passeggiata; le due sponde hanno aiuole e una bella vegetazione; sono anche collegate, a tratti, da file di sassi piatti e affioranti su cui si può passare in sicurezza. Molti si siedono con i piedi nell’acqua per avere un po’ di refrigerio. Fontane scenografiche che si colorano nelle ore notturne e bellissime piastrelle murali (più di 5000) che rievocano, come fedele riproduzione, un dipinto raffigurante il settecentesco corteo regale di re Jeongjo della dinastia Joseon, in visita, insieme alla madre, alla tomba del padre, rendono il luogo ancora più bello e interessante.
All’inizio del torrente, nella Cheonggye Plaza, si ammira un monumento alto e colorato, a forma di cono spiralato, opera dello scultore svedese Claes Oldenburg. Tutta la città è costellata di monumenti di arte contemporanea, molti metallici, altri giganteschi di pietra o materiali plastici. In mezzo alla moltitudine di grattacieli che caratterizzano la metropoli, spiccano come decoro urbano davvero originale.
Abbiamo attraversato il noto quartiere di Myeong-dong: negozi di ogni genere, bancarelle con coloratissimi prodotti di artigianato, un centro commerciale enorme del gruppo (chaebol) Lotte, attraggono sciami di turisti e di residenti per lo shopping. Poco distanti si trovano molti mercati coperti, incredibilmente traboccanti di merci e dall’architettura labirintica, simili a bazar. A Myeong-dong si trova anche la cattedrale, cattolica: un coreano su quattro aderisce al cattolicesimo, gli altri soprattutto al buddismo, ma pure al confucianesimo, al protestantesimo e all’Islam.
I musei sono ovviamente numerosi e abbiamo dovuto fare, nei giorni successivi, una necessaria selezione, come per tutte le nostre mete. Tra i tanti, abbiamo scelto il National Museum of Modern and Contemporary Art (MMCA), con installazioni ed opere molto originali, il Leeum Samsung Museum of Art, con una straordinaria collezione antiquaria di ceramiche e statuette, il Museum of Art di Deoksungung. Estremamente interessanti ci sono parsi il National Museum of Korean Contemporary History, il War Memorial e il National Museum of Korea (dove simpatici robot bianchi si muovono lungo i corridoi e danno informazioni). Visitarli ci ha consentito di ripercorrere le tappe principali della storia della Corea, la cui conoscenza, seppur sommaria, consente di capire un po’ meglio l’evoluzione culturale, le meravigliose produzioni artistiche coreane e la complessa situazione odierna.
I tre regni esistenti in Corea circa duemila anni fa -spesso in guerra contro invasori cinesi – furono unificati nel VII sec. sotto l’importantissima dinastia Silla, che dominò fino al IX sec.; si affermò quindi la dinastia Goryeo (o Koryo, da cui deriva appunto il nome “Corea”) e nei secoli successivi si svolsero complicate vicende legate a numerose invasioni (mongole, giapponesi, manciù), nonché a colpi di stato. La dinastia Joseon, fondata nel 1392, durò fino al 1910: il suo quarto sovrano, Sejong il Grande – cui è stata dedicata un’enorme statua davanti al palazzo Gyeongbokgung -pubblicò nel 1446 il nuovo alfabeto fonetico, ammirato dai linguisti come straordinario sistema di scrittura scientifico. Il coreano infatti non si avvale di ideogrammi, come per esempio il cinese: i suoi caratteri sono lettere o dittonghi.
La Corea divenne un protettorato giapponese nel 1905, dieci anni dopo l’assassinio dell’imperatrice Min ad opera di sicari; fu poi annessa direttamente all’impero nipponico (1910), suscitando movimenti di resistenza sostenuti prevalentemente da intellettuali coreani in esilio. Al Dosan Park si erge la statua di An Chango (1878-1938), soprannominato Dosan, eroico attivista che lottò con grande coraggio– anche dagli Stati Uniti, dove era emigrato per diversi anni – per l’indipendenza coreana dal Giappone, morendo prigioniero: è commemorato anche in un piccolo, interessante museo. È sepolto nel parco, insieme a sua moglie.
La sconfitta giapponese nella II guerra mondiale ebbe come conseguenza anche la suddivisione del Paese, nel 1948, all’altezza del 38° parallelo, in Corea del Nord, comunista, nella sfera d’influenza russo-cinese, e Corea del Sud, democratica, nella sfera d’influenza statunitense. Ma solo due anni dopo, il 25 giugno 1950, i nordcoreani invasero il sud e in due mesi ne occuparono tre quarti del territorio: si diede così inizio alla spaventosa “guerra di Corea”, che fece circa sei milioni di morti e coinvolse ben 25 nazioni. Intervennero infatti gli Stati Uniti, supportati dall’ONU, mentre Cina e Unione Sovietica sostennero con armi e soldati la Corea del Nord, creando una situazione delicatissima nel periodo della cosiddetta “guerra fredda”: solo l’armistizio (non un trattato di pace!) di Panmunjeom del 27 luglio 1953 portò al “cessate il fuoco”.
Attualmente la Corea è l’unico Paese rimasto diviso in due, con molte criticità: a nord la Repubblica Popolare Democratica di Corea (DPRK), di fatto una dittatura totalitaria di stampo stalinista, con culto della personalità, dominata dalla dinastia Kim, e a sud la Repubblica di Corea (ROK), in attesa di un’auspicata unificazione che, a settant’anni dall’armistizio, risulta davvero difficile. Soprattutto nel War Memorial of Korea, dove sono esposti carri armati, aerei, navi, missili e moltissimi reperti, abbiamo ripercorso le tappe di questa drammatica storia recente. Per approfondire, ci siamo anche recati – necessariamente con un tour organizzato – alla “zona demilitarizzata”o DMZ, sul confine (vedi).
A templi, santuari e palazzi abbiamo dedicato – in itinerari diversi – molto tempo della nostra visita di Seoul, a partire dal Santuario reale di Jongmyo (XVI sec.), confuciano, con edifici di legno che ospitano le tavolette spirituali associate a diverse figure della dinastia Joseon, re e regine, in ossequio al culto degli antenati. È un prezioso sito dell’UNESCO e vi si svolgono ancora cerimonie e rituali.
Il capolavoro da visitare assolutamente è Gyeongbokgung, il più grande e importante palazzo dei cinque costruiti dalla dinastia Joseon: residenza imperiale fino alla fine dell’Ottocento, dall’ingresso maestoso, risale alla fine del XIV sec. e fu fondato proprio dal capostipite della dinastia, il re Taejo. Distrutto un paio di volte dai giapponesi invasori (1592, 1911) fu restaurato e riportato ai suoi fasti originari circa trent’anni fa. Il complesso comprende una decina di edifici, tra cui il più importante è Geunjeongjeon, dove si trova la sala del trono, con due draghi – simboli del potere -dipinti sul soffitto. Lasciano a bocca aperta i meravigliosi colori e decori dei tetti, dalle particolari forme sinuose, e delle pareti: prevale il verde giada, con molto rosso, azzurro e giallo, in disegni geometrici o floreali. Un padiglione è circondato da un grande stagno artificiale; altri edifici ospitano le stanze della regina madre, gli appartamenti reali, uffici governativi. Nei giardini retrostanti si ammira un laghetto con un’isoletta dove si trova, collegato con un ponte di legno e in mezzo a fiori e piante acquatiche, una bella costruzione a due piani: sullo sfondo, le suggestive montagne coreane. Molte persone – sia “figuranti” che visitatori – soprattutto donne, appaiono vestite con i colorati costumi tradizionali coreani, detti “hanbok”: sono una sorta di kimono piuttosto rigonfi il cui disegno risale a circa 1600 anni fa. Possono essere noleggiati per avere sconti agli ingressi; molti negozi li vendono, spesso sono usati come abiti raffinatissimi per cerimonie e matrimoni.
Un altro luogo imperdibile e suggestivo è senza dubbio, a sud della città, superato il fiume, nel Gangnam District, il tempio buddista di Bongeunsa, la cui fondazione risale all’VIII sec. Gli edifici, più volte ristrutturati, sono dominati da un’enorme statua di Buddha; all’ingresso vi è una grande distesa di fiori di loto, e nei diversi loggiati sono appese moltissime lanterne colorate con i fogli di preghiera dei fedeli.
Nei pressi della Seoul City Hall, in un quartiere molto trafficato, abbiamo raggiunto il palazzo Deoksugung: gli edifici –stupendi per colori e decori – sono circondati da piante di un vasto giardino ma anche da altissimi grattacieli tutt’intorno. Il complesso risale per lo più al XV sec., tranne una costruzione in stile coloniale dell’inizio del XX sec. (Seokjojeon), sede di un museo di arte, insieme a una biblioteca e ad una residenza per ospiti, dello stesso periodo. Nello Junghwajeon vi è la sala del trono.
Un’altra meta che ci ha consentito un tuffo nel passato è stato il Namsangol Hanok Village: i villaggi hanok, costituiti da case dall’architettura tradizionale, riferibile al XIV sec. e alla dinastia Joseon, in legno decorato, ispirate all’equilibrio con la natura, sono da diversi anni oggetto di restauri e valorizzazione, dopo essere stati per lo più distrutti per far spazio ai grattacieli. Si passeggia tra le casette in un ampio giardino, con un ruscello e un laghetto, in un vero locus amoenus.
Nelle vicinanze, svetta in cima al Monte Namsan la Seoul Tower, alta circa 236 m, simbolo della città dal 1980, quando fu aperta al pubblico. Per raggiungere la torre più rapidamente si può usare una piccola cabinovia, un po’ lenta ma comoda (Namsan Cable Car); e per avere un magnifico panorama a 360° della città occorre salire, grazie a un velocissimo ascensore al cui interno sono proiettati filmati immersivi, all’osservatorio. Qui si trovano anche caffè, e più sopra alcuni ristoranti. Conviene arrivare alle 10, ossia all’orario di apertura, per evitare alla biglietteria code di turisti e di coppiette, dato che il luogo è considerato molto romantico (migliaia di lucchetti appesi alle recinzioni lo confermano!). A proposito della qualità dell’aria, una curiosità: il colore della Seoul Tower, illuminata di notte, ne è un indicatore. Per esempio, il colore blu corrisponde ad aria “buona”. Noi l’abbiamo vista sempre verde, colore associato a una qualità “media”; se si fosse illuminata di rosso, sarebbe stato il segnale di “aria irrespirabile” per l’inquinamento! Per alcune ricorrenze o eventi il colore è però scelto in modo indipendente…
Una costruzione contemporanea che ci ha colpito moltissimo è stato il Dongdaemun Design Plaza (DDP), un centro culturale multifunzionale progettato da Zaha Hadid e inaugurato dieci anni fa. Simile a una gigantesca astronave aliena dalle forme curve, rivestito da alluminio e acciaio con effetto specchio, di notte si illumina di colori cangianti, in veri e propri incredibili spettacoli neofuturistici accompagnati da musiche e suoni. Più a sud anche il COEX Convention & Exhibition Center, un centro congressi con ampi spazi commerciali, un cinema-teatro, perfino un Acquario, ha un’architettura interessante. Davanti all’ingresso spicca il grande monumento dorato con due pugni sovrapposti, inaugurato nel 2016 in omaggio al successo mondiale della canzone coreana “Gangnam Style” del cantante Psy, nel 2012. Si può ascoltare, vedendo il video, accanto al monumento, che è diventato una frequentata meta turistica per selfie e balli. Tutto il Gangnam district è una zona di tendenza grazie a Psy!
Nell’ultima giornata trascorsa a Seoul abbiamo attraversato a piedi il Seongsudaegyo Bridge sul fiume Hangang, ammirando la vista della metropoli da un punto di osservazione particolare, per concludere il nostro percorso nella Seoul Forest, un vasto parco, inaugurato nel 2005, che merita una visita sia per il paesaggio che per le numerose statue che vi si trovano. Fa parte di un bellissimo progetto che vede altre quattro estese zone verdi nella città mirate al benessere, allo svago, all’educazione ambientale. Camminare nei viali tra gli alberi o su tappeti erbosi, accanto a stagni, ruscelli e fontane, è come prolungare la meditazione nei templi buddisti…
DMZ
Abbiamo dedicato una mattina a un tour alla cosiddetta “zona demilitarizzata”, ossia una sorta di zona-cuscinetto militare sul confine tra le due Coree, neutrale, stabilita con l’armistizio del 1953: una striscia di terra larga circa 4 km e lunga 250 km, che interseca il 38° parallelo e va dall’estuario del fiume Han a ovest fino al Mar del Giappone a est. Dovrebbe impedire il contatto tra soldati sudcoreani e nordcoreani, evitando incidenti che potrebbero causare una ripresa del conflitto. In realtà nella DMZ sono purtroppo avvenuti, nel corso degli anni, sporadici episodi di violenza, che hanno portato complessivamente a ben un migliaio di morti, tra cui una cinquantina di soldati U.S.A. Viene considerata una zona alquanto pericolosa, anche perché, paradossalmente, finisce per avere aree confinanti altamente militarizzate; comunque le mine antiuomo presenti nella zona di sicurezza congiunta (Joint Security Area, JSA) sono state rimosse nel 2018. Un aspetto positivo da rilevare è che è diventata un territorio prezioso per la biodiversità: fauna e flora, indisturbate, hanno potuto riprodursi e diffondersi in un ambiente non inquinato né antropizzato. È dunque diventata di grande interesse per gli ecologi, anche se la richiesta sudcoreana, nel 2011, di classificarla come Riserva della Biosfera dell’Unesco ha visto la netta opposizione della Corea del Nord. Peccato!
Noi siamo entrati in una piccola parte a circa 70 km da Seoul, vicina a Panmunjeom e quindi alla JSA (che non si può più visitare a causa di un incidente avvenuto nel luglio 2023, quando un giovane americano, tale Travis King, lasciò il gruppo di turisti per attraversare il confine, violando i rigidissimi divieti e finendo arrestato dai nordcoreani). La DMZ è presidiata da forze ONU: l’ingresso è consentito solo a chi vi si reca con una guida autorizzata. Sul pullmann salgono militari armati, per il controllo dei passaporti, che devono corrispondere all’elenco dei visitatori predisposto dall’agenzia. I soldati che ci hanno chiesto i documenti erano giovanissimi canadesi.
Il nostro tour si è sfortunatamente svolto sotto la pioggia, ma il tempo non ci ha precluso tappe molto interessanti, quali l’Osservatorio Dora, sulla cima del Monte Dorasan (in realtà una collina di 150 m), a Paju, da cui si può scrutare con cannocchiali il territorio nordcoreano, che nel nostro caso era avvolto dalla nebbia; all’interno si può assistere ad una proiezione che riassume le vicende storiche correlate, illustrando le abitazioni e le condizioni di vita al di là del confine. Si può anche visitare una mostra, e naturalmente c’è una caffetteria, insieme a un bookstore-shop per souvenir. Non distante, ecco il Terzo tunnel d’infiltrazione: scoperto nel 1978 grazie a un disertore (il primo fu trovato nel 1974, l’ultimo nel 1990), è uno dei tunnel scavati segretamente dalle forze armate nordcoreane per consentire l’ingresso “a sorpresa” di truppe in Sud Corea. Preparavano dunque un’invasione, anche se la spiegazione ufficiale fu che servivano per ricerche minerarie, in particolare del carbone (che però non c’è!). Sono state scoperte nella DMZ quattro di queste gallerie sotterranee, lunghe in genere un paio di km, larghe circa 2 m e alte altrettanto, ma si ritiene che altre – forse una decina in tutto – non siano ancora venute alla luce. Possono contenere migliaia di soldati. Siamo scesi dunque lungo il tunnel, con la testa protetta da un caschetto perché è facile urtare il soffitto. Il tunnel è in pendenza per evitare ristagni idrici. Si giunge alla parete che chiude il tunnel, sul confine, e poi si risale, con una certa fatica. Incredibilmente, questi tunnel di aggressione sono ora diventati mete turistiche apprezzate, con un notevole guadagno per la Repubblica di Corea!
BUSAN
Con un treno veloce della Korail, prenotato da Milano sul sito Rail Ninja, abbiamo attraversato la penisola coreana – verde e montuosa, con città caratterizzate sempre da selve di grattacieli residenziali, tutti uguali e numerati – per raggiungere un’altra metropoli, Busan (Pusan), a 323 km da Seoul. Partendo verso mezzogiorno, siamo arrivati dopo neppure tre ore di comodo viaggio; il biglietto per due, andata/ritorno, ci è costato in tutto 142 euro. L’alloggio prenotato era l’Arban Hotel, 32 Jungang-daero 691 Beon-gil: per tre notti, sempre con colazione inclusa, la spesa è stata di 275 euro. L’albergo si trova nel quartiere di piazza Seomyeon, moderno e vivace: la metro è vicina (linea verde), e ha al suo interno un grandissimo shopping center underground. È nei pressi anche un grande Lotte Department Store. Ce ne sono parecchi, come a Seoul: siamo saliti in cima a uno di questi, nel quartiere di Nampo-dong, sul mare, per ammirare da una magnifica terrazza al 13° piano il bellissimo panorama della metropoli, dei suoi ponti, del porto. Busan si affaccia sullo stretto di Corea, verso il Mar del Giappone, e fronteggia l’isola giapponese di Tutshima, da cui dista appena una cinquantina di km. Ha quasi 4 milioni di abitanti ed è la seconda città coreana più popolata, dopo Seoul. Si estende in una sorta di anfiteatro, sulla costa, ai piedi di montagne che, vista l’altezza (circa 800 m) sono più simili a colline, ricoperte da boschi.
Le zone d’interesse sono piuttosto disperse e lontane tra loro: è quindi indispensabile muoversi in metro, anche in questo caso molto efficiente, costituita da sei linee spesso intersecate, con più di un centinaio di fermate. La nostra scelta è caduta su alcuni luoghi considerati iconici: il Gamcheon Culture Village, che però richiedeva una faticosissima salita lungo ripide viuzze (e dunque non ci siamo addentrati), il mercato del pesce di Jagalshi, enorme, con file interminabili di banchetti e contenitori di pesci e crostacei vivi, lo Yongdusan Park, che si raggiunge con lunghissime scale mobili; e ancora, la larga spiaggia di Haeundae, di sabbia fine, con imponenti grattacieli sullo sfondo, e l’affascinante tempio buddista di Beomeosa, alle pendici del monte Geumjeongsan. Il nome significa “Tempio del Pesce d’Oro dal Paradiso di Brahma”. Fu fondato nel VII sec. Per raggiungere il tempio, quasi al capolinea della linea 1 – direzione Nopo – ci siamo avvalsi anche di un autobus, il n.90, che dopo qualche km ci ha lasciato nei pressi. Il luogo è altamente suggestivo. Le preghiere e i canti dei monaci, insieme al suono del gong, accompagnano la visita e invitano alla meditazione. Qui, come in altri templi, è applicato il programma “Templestay”, che prevede la possibilità, per chi lo desidera, di soggiornarvi per partecipare ai riti buddhisti. Si può passeggiare nel bosco adiacente, lungo un sentiero circolare in “saliscendi” di circa 900 m, che però finisce per avere poche segnalazioni e porta paradossalmente a smarrirsi nella fitta vegetazione, come è successo a noi! Diventa una sorta di “ottuplice sentiero” che mette a rischio caviglie e metatarsi…In prossimità del tramonto, poi, diventa problematico uscirne. Meglio affrontare il percorso al mattino o nel primo pomeriggio.
Infine, abbiamo dedicato un’intera giornata a un tour organizzato molto bene dall’agenzia Klook, contattata a Busan: in circa un’ora e mezza di pullmann siamo arrivati a Gyeongju, antica capitale del Regno dei Silla per circa 1000 anni (dal 57 al 935 d.C.).
GYEONGJU
A 80 km a nord di Busan si trova quella che viene considerata la “capitale culturale” della Corea del Sud, possedendo numerosi edifici e siti di grande importanza storica. Gyeongju è quindi una delle mete turistiche più importanti. La nostra prima tappa è stata, sul monte Tohamsan, il magnifico tempio di Bulguksa, il cui nome significa “Terra di Buddha”. È patrimonio mondiale dell’UNESCO. Si tratta, come negli altri templi, di un complesso di edifici in legno colorati e decorati, più volte ricostruiti a seguito di devastazioni o incendi. Solo le strutture in pietra, come scalinate e pagode, hanno resistito nel tempo e sono dunque originarie dell’epoca Silla (VIII sec.). Anche qui, nel cortile principale, si trovano appese centinaia di lanterne colorate votive. Molte statue di Buddha sono conservate nelle diverse sale. In un cortile, una curiosa statuetta di un cinghiale dorato viene toccata sul muso dai visitatori, come gesto beneaugurante (la superstizione s’incontra anche nei templi buddisti!).
Ci siamo quindi spostati nel verdissimo e splendido complesso tombale di Daereungwon: qui si trovano tumuli, ossia colline erbose coniche di altezza variabile, fino a una ventina di metri, che corrispondono alle sepolture di re e regine della dinastia Silla. Si può entrare all’interno di un solo tumulo, quello di Cheonmachong (Tomba del Cavallo Celeste), del V-VI sec., di un sovrano sconosciuto, dove sono conservati reperti, ori, oggetti del corredo funebre, e la ricostruzione di quella che doveva essere la modalità di sepoltura, in una cassa di legno laccata. Qui è stato scoperto il dipinto di un cavallo al galoppo, con otto zampe alate, animale mitologico coreano.
Il lungo ponte Woljeonggyo, dal prevalente colore rosso, è una fedele ricostruzione di quello originario, risalente sempre al periodo Silla, che purtroppo fu distrutto da un incendio sotto la dinastia Joseon. Percorrendolo si giunge a un villaggio, abitato, non particolarmente interessante. Infine, eccoci in un luogo magico: il palazzo reale Donggung, i cui edifici sono immersi in un grande parco e circondati dallo stagno artificiale Wolji. Siamo giunti al tramonto, per ammirare lo spettacolo delle loro luci riflesse nelle acque, mentre fa da sfondo un suggestivo cielo viola-rossastro. Molti visitatori si siedono tra gli alberi, in attesa di scattare bellissime fotografie: e noi siamo stati tra questi. Lo stagno fu scavato nel VII sec., mentre il palazzo fu costruito circa cent’anni dopo: era destinato a ospitare cerimonie e feste. Fu distrutto durante una guerra del X sec. La sua perfetta ricostruzione e il ripristino dello stagno, con tre isolotti, sono recenti; durante gli scavi furono trovati molti reperti e manufatti preziosi. Ma prezioso è comunque tutto il sito: e l’immagine del tramonto sul Donggung è stata certo tra quelle più care che ci siamo riportate in Italia.
19 settembre 2024 Anna Busca
































