giovedì, Aprile 3, 2025
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Andalusia fuori stagione (per noi)

N.B. Mentre scrivo è in corso l’alluvione di Valencia. Non siamo stati da quelle parti (non è Andalusia), e non abbiamo trovato piogge se non il penultimo giorno; il resto, bel tempo, specie all’inizio. Naturalmente niente faceva pensare alla catastrofe che si preparava.

Ero già stato in Andalusia un paio di volte una quarantina d’anni fa; allora vi si andava classicamente d’estate, specie per far mare: la Spagna, reduce dalla dittatura, era allora un paese arretrato e costava poco. Ma in quei luoghi l’estate è feroce e le visite all’interno si pagano: ricordo i 43° a Cordova, e non andava ancora di moda il riscaldamento globale; di notte comunque la temperatura scendeva: 38°!

Abbiamo perciò pensato che fosse meglio andarci fuori stagione (viva la pensione!), in ottobre, scartando la primavera per via delle varie cerimonie a Siviglia, che costituiscono un richiamo tale che le guide stesse mettono in guardia il turista: i prezzi vanno alle stelle e bisogna prenotare aerei, alberghi e visite con largo anticipo.

Ma arrivati là, si è scoperto che la stagione è bassa solo in luglio, agosto e gennaio! In tutti gli altri mesi, almeno nelle grandi città, c’è il pieno. Sapevamo già di dover prenotare l’Alhambra e l’abbiamo fatto, assieme ad aerei, auto ed alberghi, prima di partire; ma a Siviglia l’Alcázar era esaurito fino a metà della settimana dopo; e la parte più preziosa dell’Alhambra (che è un biglietto a parte: altra scoperta) fino a tutto novembre! Per fortuna avevo previsto, oltre alle prime tre, un’ultima notte a Siviglia prima del ritorno, per cui rimaneva la mattina che abbiamo potuto sfruttare; e così si è risolto il primo problema. Ma per l’altro non c’è stato niente da fare. Senz’altro dovevamo informarci meglio.

Sempre convinti dello scarso turismo, siamo tornati alla formula dell’auto a nolo più aereo a Siviglia, ritenuta il clou del viaggio. Ma da Milano ci sono pochi aerei: ci arriva solo la Ryanair; le altre compagnie van tutte a Malaga. In compenso non abbiamo avuto problemi di traffico; abbiamo visto dei begli ingorghi, ma ne siamo sempre stati fuori. Strade sempre ottime, anche quelle secondarie. E nelle città, dove avevamo preso solo alberghi con garage, il traffico era sempre decente e nei centri storici chi vi aveva preso l’albergo poteva entrarci con l’auto (dico nel centro, non nell’albergo).

Pareva d’esser tornati in piena estate, sia per la gente che c’era sia per il clima, almeno nei primi giorni.

Come nelle mie altre relazioni, non descriverò qui i tesori d’arte: questo è compito delle guide; dirò solo delle impressioni e delle curiosità che mi hanno colpito.

Siamo partiti da Orio al Serio sotto una pioggia continua e arrivati sotto un bel sole. Passati dalla tenuta invernale a quella estiva, abbiamo iniziato la visita di Siviglia dalle Setas (“i funghi”), una recente e bizzarra struttura in legno a forma di fungo, alta non più delle case attorno per non sfigurare il paesaggio, ma che permette lo stesso di passeggiare con un bel panorama sul centro storico, come trovarsi sui tetti. Le case sono per lo più bianche con fregi giallo-ocra; sullo sfondo di questi colori-base si stagliano punte cromatiche diverse, balconi fioriti, tegole multicolori, piastrelle e ceramiche (azulejos) per lo più sul blu. Molti androni ed i patii retrostanti sono incantevoli. Una curiosità che non ricordavo sono le numerose verandine sulle facciate, a copertura dei balconi. Troveremo questa scenografia anche nelle altre città.

La mattina dopo inizia con un giro al caratteristico mercato coperto di Triana, il sobborgo oltre il Guadalquivir dove abbiamo l’albergo; il mercato è presso il ponte Isabel II che porta al centro storico.

L’enorme cattedrale gotica contiene la tomba di Colombo, oltre al normale apparato: cappelle laterali, stalli del coro, organo, altare. All’esterno, un bel chiostro alberato; il tutto è dominato dalla colossale torre della Giralda, il più grande minareto in origine, con il cima la statua girevole del Giraldillo. Per chi vuol salire il panorama è certo più vasto che dai funghi. 

Lungo il fiume spicca la Plaza de Toros, una delle più antiche, con edifici incastrati abilmente attorno al corpo circolare. Con mia sorpresa è ancora in funzione: avevo visto altre strutture del genere, a Barcellona e nelle città del nord, convertite ad altri usi essendo vietate le corride; da queste parti a quanto pare continua la tradizione, giusta o sbagliata che sia. Belli i vasti parchi a sud, con la semicircolare e scenografica Plaza de España. Un giro in battello sul fiume conclude la giornata; però non ci sono vedute spettacolari.

Un’escursione ci porta a Cadice, che occupa una penisola e quindi hal’Atlantico su tre lati. L’aspetto medio del centro storico richiama quello sivigliano, direi con una maggior percentuale di bianco. È sabato e ci sono matrimoni a raffica: uno nella cattedrale vecchia, con strascico, damigelle che lo sostengono ed altre messinscene che credevo sorpassate; altri escono dal municipio, uno via l’altro. 

Al ritorno ci fermiamo a Jerez de la Frontera, che è celebre per i vini: di lì viene quello che noi conosciamo come “Xeres”, mentre è “Sherry” per gli Inglesi che ne hanno sviluppato il sistema di vinificazione, un po’ come è successo per vicende analoghe anche col Porto, il Madera, e da noi il Marsala. Ma non essendo intenditori non abbiamo visitato bodegas(meglio anche evitare assaggi, dovendo guidare), per dedicarci al centro storico e alla chiesa di S. Miguel, dalla complicata facciata tutt’uno col campanile.

Nei dintorni si vedono i vigneti in un paesaggio appena ondulato; e fa specie che si trovino in piano o quasi.

San Lúcar de Barrameda, alla foce del Guadalquivir, è l’antico porto di Siviglia, punto di partenza dei viaggi di Colombo e Magellano. Oggi è un centro balneare un po’ anonimo, ma ha un bel quartiere antico in alto.

Una caratteristica dei paesi da queste parti è lo stacco netto fra abitati e campagna: le case sono fitte e di colpo finiscono, passando ai campi non come da noi per gradi e con case via via più sparse. Anche questo, oltre alla fisionomia generale del paesaggio, per lo più colline aride, ricorda un po’ il nostro meridione.

In viaggio per Cordova, nella zona di Luisiana si vede  una torre moderna circondata da uno strano effetto di raggi luminosi attorno, come una nebbia luccicante. Mi ricordo di un effetto simile visto, su scala minore, nella zona di Almeria nell’81 e capisco che è una centrale ad energia solare; se si passa in aereo non si può non notare il cerchio di specchi sotto, invisibile dalla pianura. Vorrei fermarmi a veder bene, ma non ci sono piazzole. È la “Germasolar”, l’ho scoperto poi.

Cordova l’albergo si trova in pieno centro, in un vicoletto tale da non poterci passare in auto; raggiuntolo a piedi si scopre che è una dépendance e non c’è nessuno. All’albergo-madre mi danno le istruzioni con un messaggio sul telefonino, naturalmente in spagnolo: battere il codice segreto sul citofono esterno, entrare nel patio dove ci sono le cassette, ognuna con la chiave delle camere, pure loro col codice; mettere il codice anche qui, bajar la pestaña negra e prender la chiave. Ma la levetta nera non ne vuol sapere di abbassarsi; proviamo in tutti i modi, niente: la pestaña è irremovibile. Nemmeno l’addetta della direzione, chiamata in aiuto, riesce a smuoverla, e neanche quelle delle altre cassette. Finché due o tre vigorosi cazzotti (noi non avevamo osato) risolvono la situazione. Forse la pestaña si chiama così perché funziona solo se viene pestata di santa ragione (in realtà vuol dire “ciglio”). La dépendance è un delizioso palazzetto antico con patio caratteristico, e ci siamo solo noi. 

Tutto il centro della città è un dedalo di viuzze e vicoletti, e per girarlo non serve farsi un itinerario preciso: è bello andare a zonzo, e sono gli scorci continui a venirti incontro. Anche qui i colpi di colore sono quelli consueti. Non ci sono tesori d’arte eclatanti, tranne la colossale e caratteristica cattedrale, che era una moschea, la seconda al mondo per grandezza dopo quella della Mecca. L’interno, che non assomiglia a nessuna chiesa come siamo abituati a vedere, è una vera foresta di 850 colonnine con archetti, che dividono l’ambiente in 36 (trentasei) navate in un senso e 19 più larghe nell’altro; il tutto con capitelli e decorazioni arabeggianti. Un soffitto relativamente basso e decorato, per lo più a cassettoni, allontana ancora di più l’immagine della cattedrale classica. Solo la zona centrale è stata rimaneggiata nelle forme consuete. 

Nei dintorni ci sarebbero le rovine del palazzo arabo di Medina Azahara, ma finisce che non ci andiamo.

Viaggiando verso Jaén il paesaggio è sempre più mosso e gli uliveti si infittiscono; la scena non è più arida.

Jaén si presenta distesa in pendenza sotto un’altura rocciosa coronata dall’immancabile castello, in uno scenario di cuspidi rocciose. Peccato che il quadro sia un po’ rovinato dai casoni moderni; anche questo richiama il nostro meridione. La maggior attrattiva è la grande cattedrale barocca, dove si può anche percorrere il deambulatorio soprelevato che permette insolite viste sull’interno dall’alto.

Baeza domina la valle verde di ulivi. Ci sono un paio di palazzi e chiese notevoli, e il beige della loro pietra si alterna col bianco delle case; le strade della cittadina, forse per l’ora, sono quasi deserte.

Tutt’attorno ormai l’uliveto ha preso il sopravvento su ogni altra coltivazione; dovunque a perdita d’occhio non si vede altro, fino alle montagne lontane, e la posizione permette di spaziare per decine di km. Gli ulivi sono piantati in file regolari; la terra è chiara, non c’è erba, e così il paesaggio è tutto a righe; visto dall’aereo o meglio dal satellite è invece tutto a pois.  

Úbeda è in posizione magnifica, in alto sulla cresta fra le due valli parallele dei Guadalquivir e Guadalimar; i pendii digradano dolcemente, tutti sempre a righe -o puntini che sia- verde-argento. È una cittadina interessante per il centro rinascimentale con diversi tesori d’arte; ma anche per l’Alfarería Paco Tito, un’antica fabbrica di ceramiche e terrecotte con forno arabo ancora in funzione. Pure qui l’albergo è in pieno centro, stavolta ricavato in un palazzo nobiliare, con camere sontuose.

Verso Granada si attraversano le montagne e poco a poco lo sterminato uliveto cede il posto ai cespugli radi.

Granada è famosa nel mondo per le vestigia arabe, ma ha anche un’imponente cattedrale e quartieri caratteristici; le abbiamo dedicato una giornata intera. L’Alhambra, ultima reggia fortificata araba in Europa, per fortuna non manomessa con la reconquista cattolica, occupa una delle colline della città e quindi è in posizione dominante e panoramica; è un complesso così vasto che andrebbe visitato a piccole dosi. Cominciamo dal Generalife, residenza staccata e più alta, in luogo più fresco. È notevole per i giardini e i giochi d’acqua.  Poi tocca alla parte centrale, chiusa dalle mura, con altri giardini e la reggia vera e propria, dove ci sono i palazzi più pregiati: e si scopre che andava prenotata da mesi, mannaggia. Per fortuna l’avevo vista ai tempi, quando i turisti non erano troppi e gli ingressi non col contagocce. C’è comunque dell’altro, fra cui l’Alcazaba, la parte più antica e più fortificata, con le torri a dominare la città: bei panorami. Una salita sulla collina di fronte, nel caratteristico quartiere Albaicín, permette un contro-panorama sulla fortezza.

Viaggiando verso ovest, a tratti riprende il solito uliveto, ma non è più così assoluto e continuo. Facciamo una deviazione a Priego de Córdobache si trova appollaiato su un’altura. La chiesa ha un ricco tesoro, ma il paese è noto per le viuzze lì attorno piene di vasi fioriti sulle case bianchissime.

Seguiamo poi una bella strada secondaria fra le montagne, parte ad ulivi e parte a boschi, col verde-argento alternato al verde scuro sul fondo ocra della terra. Più avanti si attraversa un lago artificiale: il livello delle acque è basso; chissà con le alluvioni che verranno a fine mese. 

Malaga è cresciuta moltissimo come centro balneare (è la Rimini andalusa) e l’edilizia si è sviluppata oltremisura, sfigurando le zone periferiche e quelle lungo il mare, il cui aspetto è peggiorato rispetto a quel che ricordavo. Rimane comunque il bel centro storico, dove si fanno notare un mercato coperto e alcune vie con altissime palme che rasentano le case. La cattedrale rinascimentale, stretta fra le viuzze, ha solo una piazzetta striminzita davanti e non se ne riesce ad avere una vista complessiva. È l’unica delusione del viaggio. Nella piazza lì vicino alcuni schermidori, anche giovanissimi, danno spettacolo.

Una magnifica strada, non per la costa troppo turistica, ma all’interno fra i monti boscosi, con giri e rigiri e molti punti panoramici ci porta a Ronda, città nota per la posizione. Prima di raggiungere il centro si sfila la Plaza de Toros, sembra la più antica (1784); qui sono state codificate le regole della corrida. Poco oltre c’è il Puente Nuevo, che scavalca il profondo burrone fra il centro storico e la parte moderna. È il richiamo principale della città, e a buon diritto: alto 90 metri e lungo 70, significa che la spaccatura è più alta che larga, ed in effetti le pareti sono verticali. Tutt’attorno ci sono terrazze panoramiche e le case ai lati digradano a scaletta fin sull’orlo dell’abisso.  Troviamo un ristorante in ottima posizione, con tavoli su più terrazzi, ma l’affollamento è tale che è impossibile trovare un posto con buona vista. Per di più si mette anche a piovere (era previsto) e dobbiamo cambiar tavolo. Non basta ancora: mentre siamo riparati da un tendone, un movimento della stoffa fa sgorgare d’improvviso un getto d’acqua proprio sopra di me: la cascata mi manca di poco, ma dobbiamo passare all’interno. La visita poi prosegue, sempre sotto l’acqua, nel centro storico che non offre però altre attrattive di quel calibro.

Rientriamo a Siviglia, dove ci sarà l’aereo per tornare, ma anche la visita prenotata all’Alcázar, residenza-fortezza araba. È un complesso di edifici ancora oggi usati in parte come residenza reale, e questa parte è la meno cospicua; il massimo è nei palazzi arabi. Nel Salone degli Ambasciatori l’arte mudéjar (arabo-cristiana) dà il meglio. Non ci sono arredamenti, ma non li si noterebbe: si sta col naso in su a guardare pareti e soffitti. È lo stesso genere di ambienti della parte dell’Alhambra che non siamo riusciti a visitare.

I giardini però sono chiusi per un’allerta meteo, peccato. A vedere le poche gocce che cadono mi sembra un rischio lontano, ma ieri ci sono stati dei rovesci, e capisco la prudenza; a fine mese ne avranno ben donde.

9 novembre 2024 Giovanni Saccarello

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