Valida accoglienza per Evgenij Onegin, capolavoro del 1878 di Čajkovskij, in un Teatro alla Scala comunque gremito di pubblico. Alla terza rappresentazione, ascoltata ieri sera, con un’orchestra e un cast ormai più rodati, il risultato complessivo è apparso positivo ma non entusiasmante.

I punti deboli della produzione risiedono nella regia non omogenea di Mario Martone, nelle scenografie di Margherita Palli, nei costumi eterogenei di Ursula Patzak e nelle coreografie, talvolta dal gusto discotecaro, di Daniela Schiavone. Una modernizzazione parziale ha generato un senso di ambiguità nell’allestimento.

La prima parte del secondo atto si distingue per una maggiore energia, grazie a un palcoscenico più ricco e a movimenti ben strutturati. Il primo atto, invece, risulta penalizzato da una scenografia spoglia, dominata da un cubo centrale colmo di libri sparsi alla rinfusa e da una campagna russa poco suggestiva. In questo contesto prende il via la vicenda tratta dall’omonimo romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin.

La direzione di Timur Zangiev, pur efficace, ha alternato momenti parzialmente incisivi ad altri di grande intensità, soprattutto nel finale. Nel cast vocale spicca Dmitry Ulyanov (Lenskij); di valida resa Alexey Markov (Onegin). Nel reparto femminile, Aida Garifullina (Tat’jana) è apparsa inizialmente incerta, ma ha guadagnato incisività nel terzo atto. Valida la prova di Elmina Hasan (Ol’ga), mentre Alisa Kolosova (vedova Larina) si è distinta per spessore interpretativo. Solida anche Julia Gertseva nel ruolo della njanja Filipp’evna. Applausi fragorosi, ma non per tutti. Prossime repliche: 5, 8 e 11 marzo. ( Foto di Brescia e Amisano -Archivio Scala)
3 marzo 2025 C.G.