È tornato in Sala Verdi, al Conservatorio, il pianista russo Daniil Trifonov, da alcuni anni alla ribalta internazionale per le sue straordinarie qualità virtuosistiche e, soprattutto, interpretative. Lo avevamo ascoltato in un bellissimo recital alla fine di gennaio dello scorso anno al Teatro alla Scala, dove, in un programma variegato come quello di questa sera, aveva interpretato Rameau, Mozart, Mendelssohn e Beethoven, con la conclusiva Op. 106 del compositore tedesco. Ieri, per la Società del Quartetto, in una sala gremita, ha presentato un programma altrettanto diversificato, con brani di Čajkovskij, Chopin e Barber. Alcuni di essi spiccatamente virtuosistici, altri – come la serie di valzer di Chopin – interpretati con virtuosismo esasperato ma splendido, sempre funzionale alle esigenze musicali. Sonata in sol maggiore Op. 80 (1866) di Čajkovskij, brano giovanile del compositore russo, ha aperto la serata rivelando subito la cifra stilistica di Trifonov, fondata su una costruzione lucida e una sicurezza espressiva assoluta. La sua capacità discorsiva, ricca d’incisività, e la sua sensibilità timbrica, capace di sfumature dinamiche infinite, sono esemplari.

La sonata, particolarmente estroversa, con tre movimenti incandescenti (Allegro con fuoco e due Allegro vivo), è stata resa con incredibile modernità, rivelandosi un vero capolavoro. Il successivo Chopin, con ben sei valzer (due postumi, Op. 70 n. 2, Op. 64 n. 3 e Op. 34 n. 2), ha mostrato un Trifonov personalissimo e di straordinaria efficacia espressiva. Le sue andature, spesso rapidissime, non hanno minimamente compromesso la qualità del suono, sempre dosato con sapienza, con contrasti dinamici minuziosi ma attentamente calibrati. Il controllo esemplare del fraseggio ha dato vita a interpretazioni uniche nel loro genere, lontane da ogni possibile banalità della tradizione esecutiva chopiniana.
La Sonata in mi bemolle maggiore Op. 26 di Samuel Barber, autentica rarità in sala da concerto, ha risoalto il grande pianista che ha colpito per statunitense la quale ha evidenziato il grande pianista che ha saputo dominarla con contrasti sorprendenti. La sua intima riflessività, l’Adagio mesto, terzo movimento della sonata, mentre la Fuga finale (Allegretto con spirito) è stata eseguita con impeccabile precisione e rigore formale.
L’ultimo brano in programma era la Suite del balletto La bella addormentata di Čajkovskij, nell’esemplare arrangiamento di Michail Pletnev. Gli undici movimenti che la compongono, dal Prologo al Finale, hanno rappresentato una vera sfida per Trifonov, sia per l’arditezza della scrittura sia per i repentini cambi timbrici richiesti dalla trascrizione. La sua interpretazione è stata esemplare, riuscendo a ricreare colori orchestrali sulla tastiera del pianoforte e a evocare visivamente le sequenze di balletto. Dopo applausi interminabili, il pianista, visibilmente provato dall’incredibile programma affrontato, ha concesso un solo bis: il Vals de Santo Domingo del compositore dominicano Rafael Landestoy. Memorabile!
5 febbraio 2025 – Cesare Guzzardella