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Il monumento a Verdi e la Casa dei Musicisti a Milano

In piazza Buonarroti sorge, da più di un secolo, il monumento in bronzo dedicato a Giuseppe Verdi (1813-1901). Fu inaugurato tra festeggiamenti e cortei popolari, in una bella giornata di sole, il 10 ottobre 1913, in occasione del primo centenario della nascita del grande compositore, davanti a una vasta folla che occupava le tribune e tutto lo spazio circostante. L’opera è dello scultore Enrico Butti (1847-1932), di Viggiù, già noto all’epoca per numerosi monumenti celebrativi e funerari – suoi importanti capolavori sono al Cimitero Monumentale – nonché per aver vinto la medaglia d’argento e il Grand Prix all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, con Il Minatore, che denunciava con realismo lo sfruttamento cui erano sottoposti coloro che lavoravano in miniera, collocabile quindi nella cosiddetta “arte sociale”. Butti fu docente di scultura a Brera dal 1893 al 1913. Nonostante una grave malattia polmonare, riuscì a completare il bronzo di Verdi nei tempi richiesti, dopo essere subentrato allo scultore bergamasco Antonio Carminati (1859-1908), suo ex allievo, che aveva vinto nel 1906 il concorso per l’assegnazione dell’opera: ma la sua morte prematura e improvvisa, forse per un infarto, ne aveva interrotto il progetto.

La statua, alta poco più di 4 m, si appoggia su uno zoccolo ottagonale che poi, allargandosi, arricchito da decorazioni floreali e da cetre, diventa quadrato, sopra un massiccio basamento cubico di granito scuro di Bellinzona. Questo è rivestito in parte, ai lati, da quattro altorilievi in bronzo con figure allegoriche, legate alla Musica e all’Amor di Patria, e ai temi fondanti delle opere verdiane. Nella parte anteriore sono rappresentate le sensazioni che produce la Melodia, sotto forma di figure muliebri; sul lato sinistro, la serenità bucolica e la gioia della vita innocente, simboleggiate da una madre che solleva un bimbo mentre intorno danzano fanciulli; a destra è rappresentato il poema eroico e, posteriormente, le passioni malvagie (un Mefisto sdraiato, sorridente mentre un turbine travolge adulti e bambini).

La figura immaginata da Butti è quella di un Verdi maturo, pensoso, in piedi, con le braccia raccolte sotto la giacca, dietro la schiena, e con una gamba piegata, in una posa che gli era naturale. Quando la statua fu posizionata si decise di rivolgerla verso via Buonarroti e via Washington, come si vede tuttora, e non verso la Casa dei Musicisti, dove si trova la tomba del Maestro. Lo sguardo è quindi rivolto lontano, forse nella direzione di Busseto o verso un punto indefinito, quasi a significare il distacco dalla morte e dalle cose terrene di chi ha creato opere immortali.

La Casa dei Musicisti o Casa Verdi, al civico 29 di piazza Buonarroti, fu costruita su un terreno di circa 3000 mq – all’epoca periferico, “fuori di Porta Garibaldi“, come scriveva il Maestro in una lettera a Giulio Ricordi – acquistato da Giuseppe Verdi nel 1889, senza che avesse un’idea precisa di cosa farne; la decisione di erigervi a sue spese un “Ricovero per Musicisti” fu successiva. Nel 1895 lui e la seconda moglie, il soprano Giuseppina Strepponi, incontrarono dunque Camillo Boito, architetto, fratello del più noto letterato e musicista Arrigo, amico di Verdi, e gli affidarono il progetto; Verdi non volle però usare il termine “Ricovero”, preferì la definizione “Casa di Riposo per Musicisti”. In stile neogotico, fu inaugurata il 16 dicembre 1899, ma i primi ospiti vi entrarono il 10 ottobre 1902, quasi due anni dopo la morte del Maestro (che non desiderava essere ringraziato per la sua generosità!), avvenuta a Milano il 27 gennaio 1901. Il 30 gennaio fu sepolto al Cimitero Monumentale, ma circa un mese dopo le sue spoglie furono traslate, come da volontà testamentaria, nella cripta della Casa dei Musicisti – decorata da mosaici su disegni di Lodovico Pogliaghi, con figure in stile Liberty – insieme a quelle di Giuseppina, defunta nel 1897. Le tombe furono realizzate in bronzo dallo scultore Giovanni Lomazzi. Vi si trova anche una targa dedicata alla prima moglie, Margherita Barezzi (1814-1840), e ai due figlioletti Icilio e Virginia, morti entrambi infanti.

Nell’edificio si possono ammirare il Salone d’Onore, dove si tengono settimanalmente concerti, e la Sala Araba, con il pianoforte appartenuto al Maestro e con due mobili di ebano e avorio dono di Isma’il Pascià d’Egitto, dopo la rappresentazione dell’Aida al Cairo nel 1871. In altre stanze si trovano quadri, busti in bronzo e terracotta, oggetti personali, una bella collezione di grammofoni, strumenti musicali. Attualmente gli ospiti anziani sono una sessantina, suddivisi tra Casa albergo e Residenza Sanitaria Assistita; sono affiancati da sedici studenti meritevoli che frequentano il Conservatorio, l’Accademia della Scala o la Civica Scuola di Musica, e qui possono prendere lezioni ed esercitarsi. Qui morirono musicisti illustri: tra questi, il fossanese Vittorio Baravalle – che vi spirò il 4 aprile 1942 – autore di “Andrea del Sarto”, opera lirica che ebbe grande successo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

La Casa, che Verdi considerava “l’opera sua più bella”, è visitabile gratuitamente ogni mercoledì (eccetto i festivi) dalle 14 alle 18, con la guida di volontari del Touring Club. A Viggiù, in viale Varese 4, si può andare a vedere il Museo Enrico Butti, una gipsoteca con 87 modelli in gesso e alcuni dipinti donati al Comune dall’artista (aperto dal martedì al sabato dalle 14 alle 18:30; mercoledì e venerdì anche dalle 10 alle 12).

Per leggere “La Voce di Casa Verdi”, raccolta di pubblicazioni periodiche molto interessanti: https://www.casaverdi.it/ospitalita/vivere-casa-verdi/la-voce-di-casa-verdi/

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1 commento

  1. Bellissimo articolo molto molto interessante. Mio zio Donato Frisia aveva seguito i corsi di Butti all’Accademia di Brera e ottenuto da lui il diploma di scultura,prima di ricevere quello di pittura da Tallone. Aveva seguito anche i corsi di Architettura di Camillo Boito,fratello di Arrigo. Brava Anna

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