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Il seme del fico sacro

Presentato al festival di Cannes 2024 e candidato all’Oscar 2025, è uno straordinario film – girato clandestinamente – del cinquantaduenne regista iraniano Mohammad Rasoulof, già vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2020 con Il male non esiste. All’epoca ritirò il premio la figlia, essendo lui sotto processo in Iran; condannato più volte e imprigionato, insieme ad altri registi considerati oppositori politici del regime, è riuscito a fuggire dal suo Paese alcuni mesi fa e vive in Germania. Anche gli attori e le attrici del film sono dovuti espatriare.

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La vicenda narrata si svolge a Teheran nel periodo delle grandi manifestazioni di protesta, soprattutto studentesca, innescate dalla morte di Mahsa Amini, 23 anni, arrestata e picchiata con violenza dalla polizia morale con l’assurda accusa di aver indossato male l’hijab non coprendo i capelli. Morì dopo due giorni di coma: era il 16 settembre 2022, e il suo nome e il suo bellissimo viso divennero in tutto il mondo il simbolo della lotta per la difesa dei diritti umani e della libertà contro l’ottusa ferocia della dittatura. Nel film compaiono parecchi spezzoni documentaristici che testimoniano gli eventi di quelle settimane.

In questo clima, in un bell’appartamento moderno di un elegante quartiere cittadino, vive la famiglia costituita da Iman (Misagh Zare), che ha appena ottenuto l’ambita nomina a giudice istruttore del tribunale, dalla gentile moglie Najmeh (Soheila Golestani) e dalle figlie studentesse Rezvan, ventunenne (Mahsa Rostami) e Sana, adolescente attenta e riflessiva (Setareh Maleki). Le sorelle sono molto legate e, pur adeguandosi con educazione ai costumi imposti, rappresentano già la nuova generazione, distaccata dall’ipocrisia dei vecchi stereotipi e degli sterili princìpi religiosi dominanti: in grado, quindi, di ragionare con la propria testa. I rapporti famigliari appaiono buoni, equilibrati e rispettosi, fino a quando la situazione contingente porterà in breve Iman, inizialmente titubante, a diventare un freddo esecutore degli ordini spietati del sistema repressivo. In qualità di giudice, firmerà centinaia di condanne a morte di giovani arrestati durante la rivolta; si trasforma quindi, per sua convenienza, in un criminale di regime, tormentato (forse) da rimorsi e sempre più lontano affettivamente dalla famiglia.

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La scomparsa della pistola in dotazione, che teneva in un cassetto, lo sconvolge al punto che porterà perfino moglie e figlie da un funzionario della sicurezza, in modo che dal loro interrogatorio emerga una confessione (che però non viene data da nessuna di loro). Intanto, una cara amica e compagna di studi di Rezvan, Sadaf, viene ferita gravemente durante uno scontro con la polizia; le ragazze e la madre l’aiutano, ma poi non la trattengono. La giovane sarà fermata e sparirà in qualche carcere; Najmeh, che è sempre stata solidale col marito, in quanto devota al regime e timorosa di infrangerne le regole, di nascosto a lui cerca di avere notizie di Sadaf. Tutto precipita quando sul web si diffonde la foto di Iman, con il suo indirizzo e la sua qualifica di giudice assassino, colpevole di esecuzioni sommarie di tanti giovani; sentendosi in pericolo, lascia in fretta la casa, con moglie e figlie, per rifugiarsi e nascondersi in una vecchia dimora sperduta tra le montagne, luogo di passate vacanze, appartenuta al nonno. Qui però si compie l’ultima terribile metamorfosi di Iman, che diventa persecutore e carceriere delle sue stesse donne di famiglia, cercando di estorcere loro la confessione sul furto della pistola. Ma sia Najmeh che Rezvan, a questo punto, si dichiarano colpevoli, proteggendosi a vicenda dalla mostruosa follia di Iman. Sarà la giovanissima Sana, nello scenario angoscioso e labirintico delle rovine di pietra e argilla di un antico villaggio fortificato – forse il sito abbandonato di Izadkhast, del III-IV secolo – chiara metafora dell’Iran attuale, a portare le tre donne alla salvezza. Il titolo stesso del film è metaforico: il fico sacro, Ficus religiosa, è un alto albero asiatico dal tronco robusto e contorto, molto longevo, venerato da buddhisti e induisti quasi come l’albero dell’illuminazione. Il suo seme assume quindi un significato simbolico: piccolo e insignificante, darà vita a qualcosa di grande e possente, in grado di competere con le piante circostanti, che finisce per eliminare.

Film da non perdere assolutamente.

25 marzo 2025

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