Una ricerca genealogica, riguardante antenati piemontesi, è stata lo spunto per dedicare tre giorni (con due pernottamenti) ad una zona compresa tra il basso torinese e il cuneese, scoprendo – o riscoprendo- luoghi davvero interessanti e meritevoli di una visita. L’inizio del nostro tour in realtà non è stato entusiasmante: la prima sosta è stata necessariamente a Pieve di Scalenghe, paese rivelatosi piuttosto insignificante, disperso nella campagna coltivata, paesaggio che connota tutte le località circostanti. Nei pressi, desta qualche interesse il castello di Buriasco, risalente al XIV secolo, molto rimaneggiato e non visitabile. Ma è la vicina Pinerolo, che Edmondo De Amicis considerava “la città più bella del Piemonte”, a costituire la meta principale: il suo territorio comprende pianura, collina e montagna; la città si estende intorno alla vastissima piazza Vittorio Veneto, progettata nel 1738 e utilizzata per quasi un secolo come piazza d’armi. Vi si affaccia Palazzo Vittone (1740), opera di un allievo di Filippo Juvarra, ora museo e sede di esposizioni. Molto bella la cattedrale di san Donato, nella piazza omonima, costruita tra il XIV e il XV secolo e più volte restaurata; la facciata fu rifatta all’inizio del XIX secolo, in quanto distrutta dal forte terremoto del 2 aprile 1808 (magnitudo stimata pari a 5,7). L’interno, a tre navate, è impreziosito da affreschi sulle colonne e sulle volte. A Pinerolo si trova la casa in cui “nacque, visse e morì l’avv. Luigi Facta” (1861–1930), ultimo Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia prima dell’avvento di Benito Mussolini. Si era laureato in Giurisprudenza a Torino a soli diciotto anni ed era entrato in politica appena ventitreenne. Si autodefiniva “giolittiano dalla personalità sbiadita”…
A poca distanza, verso sud, eccoci a Cavour, il cui nome ci ricorda inevitabilmente una fondamentale figura del Risorgimento, il torinese Camillo Benso (1810–1861), che aveva il suffisso onorifico di “conte di Cavour”, tanto da diventare noto con tale appellativo sia da deputato che da senatore, ministro e primo ministro del Regno di Sardegna. Il nome Cavour ha un’origine incerta, forse da un’antica tribù celtico-ligure, i Caburriates. Il centro è dominato dalla bellissima Rocca, una sorta di “inselberg” (montagna-isola) o “monadnock” (collina-isola) che si erge in mezzo alla campagna, fino a circa 160 m di altezza, ricoperta da boschi di latifoglie, con essenze legate a diversi microclimi. Anche l’avifauna è di particolare interesse, tanto che la Rocca è considerata Riserva Naturale Speciale ed è inserita nel Parco del Po cuneese. Dal punto di vista geologico si tratta di un enorme blocco di gneiss, roccia metamorfica di origine granitica, rimasto isolato per gli effetti erosivi di fiumi e torrenti. In circa mezz’ora si sale a piedi, dopo la Scala Santa dietro il campanile parrocchiale, passando accanto alla villa Giolitti – il grande statista Giovanni Giolitti aveva la madre cavourese di nascita, morì a Cavour nel 1928 – su una stradina ombreggiata da cui si dipartono diversi sentieri, fino al “Pilone della Vetta”. Il monumento fu voluto nel 1931 dagli ex combattenti della Grande Guerra in onore dei caduti della Battaglia di Staffarda – svoltasi durante la Guerra della Grande Alleanza – persa dall’esercito sabaudo di Vittorio Amedeo II contro i francesi del generale Nicolas de Catinat, nel 1690. Il panorama da lassù, a 360°, è splendido, verso la pianura e la cerchia delle Alpi. Si trovano anche i resti di un castello e una rosa dei venti con utili indicazioni geografiche. Si può poi raggiungere una panca gigante giallo-rossa, installata nel 2021 in magnifica posizione, opera del designer americano Chris Bangle, che insieme alla moglie Catherine è responsabile dell’originale BBCP, Big Bench Community Project, per sostenere il turismo locale. Questa è la panchina gigante n. 158! Le altre sono sparse soprattutto sulle Langhe, ma anche in altre località. Ai piedi della Rocca si visita la settecentesca Chiesa di san Lorenzo, con un raro e prezioso soffitto a cassettoni con rosoni in legno dorato. Nella piazza, l’interessante Tettoia Mercatale del XVI secolo.
Da Cavour ci siamo spostati, passando davanti alla stupenda Abbazia di Staffarda, cistercense, fondata a Revello nel XII secolo, una delle più antiche in Italia (purtroppo chiusa) – devastata dai francesi nella battaglia già citata – a Saluzzo. Capitale di un antico marchesato che dominò il Piemonte sud-occidentale tra il XII e il XVI secolo, la città conserva palazzi, torri, chiese, monumenti che ne testimoniano la storia e la nobiltà. La Castiglia (dal latino castella, castelli), nella parte alta, era una fortezza del XIII secolo che successivamente, in occasione delle sue seconde nozze con Margherita di Foix-Candale nel 1492, il marchese Ludovico II (1438–1504) volle trasformare in residenza signorile. Furono affrescati saloni, fu eretto un torrione; tuttavia le risorse economiche del marchesato erano già in crisi per le ingenti spese militari sostenute nelle sfortunate campagne contro i Savoia, e il castello cominciò presto un’inarrestabile decadenza. Nel 1825 fu convertito in prigione, destinata ad essere il primo grande carcere del Regno Sabaudo; vi fu inaugurata nel 1828 la Casa di reclusione e di lavoro. Questa sua funzione, che contribuì a distruggere decorazioni e parti dell’edificio, rimase fino al 1992. Nel penitenziario di Saluzzo furono detenuti anche brigatisti rossi, come Alberto Franceschini, fondatore del gruppo terrorista insieme a Renato Curcio, nel 1970. Entrambi furono arrestati a Pinerolo nel settembre 1974, grazie soprattutto all’azione del Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (nato proprio a Saluzzo, nel 1920). Ora la Castiglia, restaurata, ospita l’Archivio storico e due musei di grandissimo interesse: uno della Memoria Carceraria, nel semi-interrato, e l’altro, al terzo piano, della Civiltà Cavalleresca. Il primo consente al visitatore di entrare nelle celle, ripercorrendo le storie di chi – briganti, ladri, assassini – fu incarcerato e spesso giustiziato; reperti, documenti, graffiti, installazioni, ologrammi, ricostruzioni di ambienti, a volte davvero impressionanti, si susseguono lungo corridoi squallidi e inferriate. Il manichino-parlante del brigante Francesco Delpero, impiccato a Bra nel 1858, rievoca le terribili condizioni delle carcerazioni ottocentesche. Anche alla relegazione per motivi politici o religiosi (come la persecuzione contro i valdesi) si è dedicato un ampio spazio espositivo. Il secondo museo è estremamente raffinato: in undici sale, attraverso documenti e un’eccellente iconografia, si raccontano le vicende del Marchesato di Saluzzo, descrivendo l’arte della cavalleria, la nascita dell’araldica, i collegamenti con la letteratura cavalleresca italiana ed europea. Tra le chiese che meritano assolutamente una visita si possono citare la gotica chiesa di San Giovanni, dal magnifico interno a tre navate, dove, a sinistra, si può ammirare il sepolcro di Ludovico II (1508), opera dello scultore Benedetto Briosco, e la bellissima cattedrale di Maria Vergine Assunta, il Duomo della città, edificato alla fine del ‘400; si ammirano affreschi ottocenteschi in stile neogotico e un prezioso polittico del fiammingo Hans Clemer (1480-1512), in una cappella della navata sinistra. Passeggiando s’incontra la casa natale di Silvio Pellico, un edificio di origine medioevale dove il famoso autore de “Le mie prigioni” nacque il 25 giugno 1789, trascorrendovi poi la prima infanzia; è ora una casa-museo, aperta però solo nel pomeriggio della seconda e della quarta domenica del mese, dunque difficilmente visitabile.
Cuneo, capoluogo di provincia, dista circa 17 km da Saluzzo: siamo arrivati nel tardo pomeriggio della seconda giornata, per un apericena sotto i portici della splendida via Roma, un asse che parte dalla grandissima piazza Galimberti (dedicata all’eroe della Resistenza italiana Tancredi, detto “Duccio”, fucilato dai nazisti nel 1944), estesa per 24.000 mq, fino a una sorta di vertice di un vero e proprio “cuneo” tra i torrenti Gesso e Stura, che qui confluiscono. La città, di cui si hanno notizie certe a partire dal XIII secolo, fu usata dai Savoia come avamposto militare antifrancese e ha un impianto urbanistico a scacchiera. Molto belli e in genere ben restaurati i palazzi del ’700 e dell’ ’800 lungo via Roma e sulla piazza.
Nel terzo e ultimo giorno del nostro tour piemontese abbiamo raggiunto Fossano, sovrastata dal trecentesco castello dei Principi di Acaja, aperto solo per visite guidate, da prenotare, da mercoledì a domenica (quindi l’abbiamo trovato chiuso). La città fu fondata nel 1236 e ha un centro storico d’interesse, con edifici medioevali e chiese barocche, come quella dei “Battuti Rossi”; si può costeggiarlo percorrendo una passeggiata panoramica che si affaccia sulla Valle Stura. La strada del ritorno ha toccato Bra, cittadina che merita senz’altro una visita meno frettolosa della nostra, e Asti, dove ci siamo fermati per uno spuntino in un locale davanti alla bellissima Collegiata di San Secondo, gotica, risalente al XIII secolo. Il duomo, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, ci è parso invece trascurato, in una zona semideserta, con intorno un prato ridotto a uno sterrato polveroso. Ad Asti nacque il grande Vittorio Alfieri (1749-1803) cui è dedicata una grande piazza –utilizzata per il Palio e per concerti – e il corso principale. Il conte Alfieri scriveva “ Ahi fiacca Italia, d’indolenza ostello (…) sorda e muta ti stai ritrosa al bello?”. Forse questi versi sono ancora attuali, molto si deve e si può fare ancora per valorizzare al meglio le risorse – spesso nascoste – del nostro meraviglioso Paese. Indirizzi utili: Hotel Villa Glicini, via Valpellice 68/A, 10060 San Secondo di Pinerolo (TO) Antica Villa Cuneo-Guest House, via Castelletto Stura 241 fraz. San Biagio, 12044 Roata Boerino (CN)



