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“Io Sono Ancora Qui” di Walter Salles

In Brasile, dopo il golpe del 31 marzo-1° aprile 1964 – in piena guerra fredda – che rovesciò il presidente João Goulart eletto democraticamente nel 1961, si impose per ventun anni una dittatura militare (Quinta Repubblica), sostenuta dagli Stati Uniti d’America. Goulart, che era stato accusato di “populismo rosso”, riuscì a fuggire in Uruguay. Presidente divenne il maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco, che poi sciolse i partiti e istituì un fittizio bipartitismo; fondò anche un servizio nazionale di spionaggio. Morì in un incidente aereo il 18 luglio 1967, dopo aver lasciato la carica di presidente al generale Artur da Costa e Silva, che nello stesso anno promulgò una Costituzione liberticida, di stampo anticomunista e nazionalista: di fatto fu lo strumento per perseguitare, imprigionare ed eliminare gli oppositori del regime, insieme a coloro che erano anche solo sospettati di essere tali o di favorire i dissidenti. Era iniziata la cosiddetta dittatura dei gorillas.

È in questo scenario, all’inizio degli anni ‘70, che viene ambientato il bellissimo e struggente Io sono ancora qui (2024), premiato con l’Oscar 2025 come miglior film internazionale. Diretto dal regista brasiliano Walter Salles, tratta le vicende realmente accadute alla famiglia dell’ex deputato laburista Rubens Paiva, scomparso il 20 gennaio 1971 a Rio de Janeiro dopo essere stato prelevato a casa dai paramilitari. La trama segue il testo del libro di memorie pubblicato nel 2015 dal figlio Marcelo Rubens Paiva, scrittore e giornalista (Ainda estou aqui, Sono ancora qui, trad. di Marta Silvetti, Roma,ed. La Nuova Frontiera, 2025). Protagonista della narrazione è di fatto la moglie di Rubens – interpretata magnificamente da Fernanda Torres, attrice e scrittrice – Eunice Facciolla Paiva: donna forte e lucida, dopo aver provato lei stessa l’orrore della prigionia, per dodici giorni, in un luogo di tortura, si trasferisce a San Paolo con i cinque figli. Qui s’iscrive all’università, diventa avvocata, quasi cinquantenne. Si dedica quindi con coraggio alla difesa dei diritti umani, aiutando i parenti dei desaparecidos; continua la ricerca dell’amatissimo marito, fino a quando le viene svelato che Rubens è stato assassinato il giorno dopo il suo sequestro e non è più possibile, dopo tanti anni, sapere dove furono dispersi i suoi resti. Non emerge mai alcun desiderio di vendetta in lei e in nessuno dei suoi figli; il film comunica sentimenti positivi, come il senso di giustizia che prevale sulla sopraffazione, l’amore che vince l’odio e la violenza, la libertà di pensiero che avrà alla fine sempre il sopravvento sulla coercizione, la cooperazione intelligente che sconfigge l’ottuso dispotismo. Da non perdere!

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