Ancora un viaggio organizzato di una sola settimana in Europa, come l’anno scorso in Irlanda. Finora ho viaggiato in questa maniera solo in paesi lontani ed esotici; in Europa sempre in modo autonomo, a parte qualche crociera fluviale. Quando vedevo i pullman scaricar frotte di pensionati, pensavo che non avrei mai fatto viaggi a quel modo. E invece adesso, con un po’ di capelli bianchi in testa e qualche giuntura dolorante, penso che dopotutto la cosa abbia i suoi vantaggi, specie sotto ferragosto: niente stress a cercar alberghi, a cercar un buco per parcheggiare (e trovarlo se va bene lontano chilometri), a far code alle biglietterie, a guidare la sera dopo giornate faticose, eccetera. Gli svantaggi sono che devi accettare una disciplina necessaria a convivere con altri, e soprattutto un itinerario che non sempre passa dove vorresti tu.
E poi c’è la durata. A voler vedere tutta la Romania non basta un mese. Con una sola settimana i tagli sono inevitabili; e si accettano più o meno volentieri secondo i gusti di ciascuno. E ci son pure gli imprevisti. Ne capita subito uno: la strada stabilita per la prima tappa è chiusa proprio in questi giorni per lavori e costringe ad una pesante deviazione per Sinaia, sullo stesso itinerario che faremo al ritorno. Così abbiamo perso il monastero di Cozia, sostituito con quello ben meno interessante di Sâmbăta de Sus. Questa deviazione non mi è ben chiara: possibile che non ci siano strade locali per aggirare i lavori? Di certo è che si passa fra i monti e i valichi non sono frequenti. È un po’ -credo- come chiudere il Brennero e deviare tutti a S. Candido. Forse le strade locali per evitare l’ostacolo da vicino non sono praticabili per il pullman. Le spiegazioni dateci in ogni caso non mi hanno convinto. E poi sulla strada rimasta aperta c’è inevitabilmente un traffico doppio. Non abbiamo mai fatto autostrade, ed in effetti ne ho viste ben poche. La Romania in certi settori deve ancora riprendersi.
Questo viaggio è centrato sulla capitale e sulla Transilvania, la regione grosso modo compresa entro il grande cerchio che descrive la catena dei Carpazi, e ci siamo allargati un po’ anche a nord-est in Bucovina.
L’organizzazione Boscolo è stata efficiente ed i partecipanti sempre puntuali ai vari appuntamenti; nessuno ha piantato grane e non ci sono stati intralci al programma. Un plauso particolare alla guida Monica (accento sulla i) che si è fatta in quattro per governare il gruppo e accontentar tutti, e anche all’autista Marius che ha avuto il suo bel daffare ad infilare il torpedone in parecchi passaggi angusti. A proposito: un appunto da fare all’organizzazione riguarda proprio il mezzo, un bestione da una sessantina di posti ma sproporzionato per un gruppo di 26. Se fosse stato più piccolo potevamo evitare la deviazione? Le sue dimensioni gli hanno impedito tra l’altro di arrivare davanti all’albergo della capitale ed in molti altri punti, costringendo ad aumentare i percorsi a piedi. Monica ha anche sfoggiato una buona cultura in vari settori, specie nelle iconostasi dipinte nei vari monasteri, pur con qualche pittoresco inciampo nella pronuncia; ma questi piccoli nei alleggeriscono l’erudizione e la rendono più gradevole.
Parlando dei luoghi, ci vuole una piccola digressione sulla grafia e pronuncia. Non ci sono difficoltà particolari; la lingua rumena è latina e la maggioranza delle lettere si pronuncia come da noi, comprese la “c” e la “g” che sono dure o dolci secondo le nostre stesse regole. La cosa però non funziona con le doppie, per cui accidente si pronuncia akcidente. La “i” finale non si pronuncia (Bucuresti è Bucurest); per farla pronunciare la si scrive doppia, e se è lunga è addirittura tripla. La “j” è come in francese; la “s” sempre dura e la “z” è una “s” sonora. C’è poi qualche lettera peculiare: “ă” (suono gutturale come in inglese), “â” e “î” (suono per entrambe intermedio fra “i” e “u”), “ș” (“sc” dolce), “ț” (“z” dura); il segno sotto queste ultime due è come la cediglia francese sotto la “c”. La lingua rumena ha poi molti francesismi (il paese è stato aiutato nella sua indipendenza dalla Francia di Napoleone III) come merci (grazie), bulevardul (viale), gara (stazione).
Quanto alla cucina locale, non ricordo niente di eclatante; però io non sono un appassionato nel settore: mi piace provare le specialità locali (fatti salvi certi piatti tremendi tipo l’Haggis scozzese o gli intrugli asiatici a base d’insetti), e poi dimentico tutto. Però ricordo i Mititei o Mici, specie di salsicce senza pelle, descritti da Monica e provati al pranzo di Sighișoara; fra i dolci, i Papanași, monumentali ciambellone con ricotta, panna e marmellata: per me uno di questi è stata una cena completa.
Come nelle mie altre relazioni, non descriverò qui i tesori d’arte: questo è compito delle guide; dirò solo delle impressioni e delle curiosità che mi hanno colpito.
Siamo all’aeroporto (parlo per i disgraziati in partenza come me dalla Malpensa) col solito grande anticipo; in compenso è in ritardo l’aereo: l’imbarco arriva due ore dopo, ed un’altra passa con l’aereo fermo in pista ed i passeggeri imbufaliti. Soprattutto i bambini dimostrano poca pazienza, e li posso capire; ma intanto bisogna sopportare anche loro. Si arriva così in albergo a Bucarest tardissimo: la cucina è chiusa e la cena, prevista nel programma, ci viene servita fredda in camera. Non è ovviamente il caso di un giretto serale per la città.
La prima giornata è consacrata alla visita di Bucarest con passaggi in pullman. I viali nella zona dell’albergo, attorno al centro storico, sono larghi, alberati e del tutto in linea con la media delle capitali europee (traffico incluso), come s’era intuito già all’arrivo ieri sera malgrado il buio. La prima tappa è in periferia, al museo Satului (del villaggio), nel cui parco campeggiano parecchie case contadine antiche, mulini, botteghe, chiese in legno ed altri pezzi originali raccolti ai quattro angoli della nazione.
Torniamo in centro e ci fermiamo al colossale palazzo del parlamento, voluto da Ceaușescu approfittando del terremoto del 1977, ma che non ha fatto in tempo a vederlo finito. È un po’ sovietico nell’aspetto e nelle smisurate dimensioni (è il 2° al mondo dopo il Pentagono); io lo direi l’ecomostro di Bucarest, ma a modo suo è suggestivo. È anche inquadrato da una piazza semicircolare e da un gran viale che vi arriva di fronte, tutti dimensionati adeguatamente. L’interno è coerente, con grandi saloni e scaloni, ma relativamente sobrio, e le decorazioni non sono pesanti. Marmi dappertutto, tutti rigorosamente nazionali.
Dopo pranzo continuiamo a piedi. Nel museo storico sono conservate le riproduzioni dei fregi della colonna di Traiano (personaggio di gran peso nella storia rumena), che si possono vedere più comodamente che a Roma. Lì dietro c’è la basilica Stavropoleos, greco-ortodossa come fa capire il nome, suggestiva per gli affreschi e gli intagli in legno. Le vie attorno hanno un sapore quasi turco, per certe verande di legno che appaiono qua e là. Un luogo caratteristico è l’Hanul lui Manuc (la locanda di Manuc), una specie di caravanserraglio con un cortile circondato da gallerie in legno ed oggi inevitabilmente divenuto un ristorante tipico.
Cena libera; chi vuole va a vedere le fontane luminose, nella piazza dove parte il gran viale che conduce al palazzone. Lo spettacolo è notevole: ci sono getti d’acqua dappertutto, che cambiano forme e colore in continuazione. C’è tutto il mondo ad assistere; un muro di gente ostacola la vista. Trovo un punto stranamente libero, ma capisco subito perché: all’improvviso parte un poderoso getto d’acqua che poi deve pur ricadere. L’abbigliamento dei pochi che erano lì, forniti di k-way e ombrelli, doveva suggerirmi qualcosa. Peccato che l’orario d’inizio indicatoci fosse sbagliato: lo spettacolo cominciava mezz’ora prima, ma ho fatto comunque in tempo.
Lasciando Bucarest dovevamo puntare ad ovest diretti a Sibiu come detto sopra, invece si va verso nord in direzione di Brașov. Attraversiamo la Valacchia diretti ai Carpazi meridionali. La pianura assomiglia alla Valpadana anche come clima; evitiamo Ploiești ma c’è un’ampia veduta delle sue celebri raffinerie di petrolio. Poi si infila la valle fra le montagne, si sale, l’aria si fa più fresca ed il paesaggio sempre più alpino. C’è molto traffico e presto iniziano le code. Sfiliamo Sinaia, che vedremo al ritorno, e Bușteni dove ci viene indicato (ed è anche ben reclamizzato) il castello di Mercoledì Addams, dove è stata girata la serie: è una villa turrita sotto il pendio boscoso e non pare poi un gran che. Sono anche posti da sci; si nota una certa impronta mitteleuropea. Poco dopo entriamo in Transilvania.
Si abbandona la strada principale puntando ad ovest; sosta tecnica (è già la seconda, causa i ritardi) e poi si scende a tornanti nella foresta fino ad un’ampia valle. A destra in cima ad un colle boscoso, spicca il notevole abitato fortificato di Rasnov. Si continua verso ovest in un paesaggio sempre movimentato. Pranziamo con gran ritardo a Făgăraș, in un locale purtroppo fumoso; ci verrà offerto più avanti un aperitivo per risarcimento. La cittadina ha poche attrattive; ma faccio a tempo a scattare un paio di foto alla cattedrale e alla fortezza. Poi tocca al monastero Brancoveanu di Sâmbăta de Sus, in sostituzione di quello di Cozia, ben più celebre ma non raggiungibile per via di quei dannati lavori stradali. Si tratta di un complesso fortificato a quadrato, con in centro la chiesa decorata all’esterno, come quelli che vedremo dopo, il tutto in un giardino ben curato.
Dappertutto in questo viaggio si vedono chiese a volte con tetti spioventi che si allargano in basso, a volte a cupole; molte di queste ultime brillano e si vedono da lontano: sembrano antiche ma sono moderne.
Infine tappa a Sibiu. Prima di andare in albergo si visita il bel centro storico, racchiuso da mura con torri e quant’altro. Ha case gotiche e barocche di chiara impronta teutonica (la città ha origini sassoni e si chiamava Herrmanstadt), con abbaini sui tetti sagomati in modo da sembrare occhi. C’è una basilica cattolica e a poca distanza un’altra evangelica, tanto per rimarcare le diverse egemonie religiose della sua storia. I quartieri nord presentano dislivelli che offrono scorci panoramici; una delle strade in discesa è scavalcata da un bel ponte, per una volta senza lucchetti.
Un giretto serale a piedi conclude la giornata. Torniamo nel centro storico, che non è poi tanto lontano dall’albergo, ma il rientro è piuttosto precipitoso perché si è messo a piovere a dirotto.
La mattina dopo, su e giù per le colline arriviamo a Mediaș, città post-industriale: molte fabbriche, qui come altrove, sono state chiuse dopo l’89. È una situazione in realtà mondiale, ma mentre nei paesi più avanzati chi vi lavorava è riuscito a riciclarsi in altre attività, in Romania la disoccupazione ha fatto emigrare molta gente e l’abbandono delle aree industriali fa male a vedersi. Ho già sentito racconti di questo genere in vari paesi dell’est; quello di ricordare l’era sovietica come una specie di età dell’oro, dove c’erano lavoro e assistenza sociale, pur con tutta la dittatura, era un vero ritornello. Adesso non c’è più la polizia opprimente e c’è la libertà, ma anche la povertà, e se vuoi curarti devi pagare. Sono argomenti che portano lontano, ma sono comunque problemi reali.
Una deviazione ci porta a Biertan, dominato da una colossale chiesa fortificata scenograficamente in mezzo a torri aguzze. Bella anche la scala di legno coperta per accedere al complesso. Una curiosità è la casetta dove a quanto pare venivano rinchiusi i coniugi che litigavano, come in conclave, finché trovavano un accordo.
Si arriva a Sighișoara, dove dobbiamo lasciare il mezzo per salire a piedi (ma ci sono anche navette a poco prezzo) al centro storico, classicamente in alto sulla rupe e circondato dalle mura. Belle casette multicolori, e ben tenute; torri e palazzi, fra cui la casa natale di Vlad Dracul, personaggio storico poi ripreso con molta libertà da Bram Stoker per il suo libro (vita, morte e miracoli ci saranno raccontati domani). In pochi saliamo per un’altra scala di legno coperta al belvedere, con basilica: la vista però è solo sulla città moderna; su quella antica è intralciata dagli alberi. È ora di pranzo e il ristorante è in basso, a poca distanza.
Si raggiunge quindi Târgu Mureș, dove spicca il notevole palazzo della Cultura in stile Liberty, o meglio in una variante ungherese della Secessione viennese: la Transilvania era sotto l’Ungheria all’epoca, e ancora oggi metà degli abitanti sono ungheresi. Magnifici gli interni con arredi fantasiosi non pesanti e una gran sala per gli spettacoli. Poi si va alla barocca cattedrale riformata, in origine cattolica. Monica ci spiega anche come riconoscere la tipologia delle chiese: se sulla punta del campanile o della guglia c’è una palla sotto la croce, è cattolica; se croce senza palla è protestante; se invece è tutta a cupole è ortodossa.
Si fa tappa a Bistrița; la città non è particolare e non ne è prevista la visita. Chi vuole la farà dopo cena.
Per i volontari del giro serale a piedi c’è un quiz da risolvere, con premio a chi indovina: si deve trovare da qualche parte un emblema con uno struzzo e spiegarne il significato. Istruzioni per arrivare in centro: trovare il Ginkgo biloba, poi il monumento al tal-dei-tali: qui voltare a sinistra. Qualche dubbio per identificare l’albero, poi troviamo lo stemma sui tombini. Tutta la vita serale della città è concentrata in una sola via centrale; il resto è quasi deserto. Anche qui piove un po’, ma non come ieri sera a Sibiu.
La mattina dopo tocca alla soluzione del quiz (non me la ricordo più) e poi, mentre siamo ancora in coda, alle promesse spiegazioni sul principe Vlad III Drăculea, per noi Dracula, cioè “figlio del drago”, eroe nazionale, noto anche come Vlad Tepeș, cioè l’impalatore per il trattamento di cortesia riservato ai suoi nemici. Tutte le associazioni fra questo personaggio, il castello e i vampiri sono solo un’invenzione di Bram Stoker: nella realtà il principe è una cosa, il castello un’altra, e i vampiri sono pura fantasia. Di certo Stoker si è preso delle libertà, però chiediamocelo: quanti di noi conoscerebbero la Transilvania senza il suo libro e i film a seguire? E quanto gli deve il turismo locale?
Si sale fra i boschi fino ad un passo dove sostiamo, anche per ragioni tecniche, al Castel Dracula: era un albergo, oggi un rudere, un po’ hollywoodiano però in posizione panoramica sulle montagne boscose. Si scende prima in un altipiano a prati smeraldini, poi in un fondovalle boscoso, e passiamo dalla Transilvania alla Bucovina, nella Moldavia rumena. Si arriva a Vatra Dornei, elegante località termale, con tanto di casinò, e oggi anche sciistica; ma vi facciamo solo una sosta tecnica.
Oggi è il giorno dei tre monasteri ortodossi: il primo è quello di Moldovița. È preceduto, come quello già visto e gli altri che vedremo, da un bizzarro arco di legno, con tettucci tipo pagoda. È racchiuso in un quadrato fortificato con gli alloggi delle suore ai lati, e al centro, in mezzo ad un prato ben tenuto, la chiesa con ricche iconostasi dipinte sui muri esterni e ben conservate (sono originali!). Gli affreschi sono riparati dalle intemperie grazie ad una notevole sporgenza del tetto. Qui è una monaca del posto, suor Tatiana, che ci fa da guida raccontando ogni dettaglio in ottimo italiano, con precisione teutonica e piglio autoritario: ci sentiamo degli scolaretti in gita con una professoressa all’antica. Chissà se poi c’interroga.
Al successivo, quello di Voroneț, simile nella disposizione e nell’aspetto anche per il tetto sporgente della chiesa, gli affreschi esterni del Giudizio Universale si fanno notare per il magnifico sfondo di un azzurro particolare. Qui le spiegazioni toccano a Monica, che forse alza un po’ il volume dentro la chiesa, perché arriva una suora arrabbiatissima che quasi ci scaccia sbraitando improperi comprensibili solo alla nostra guida. Poi lasciamo le montagne per l’ondulata pianura moldava.
Al terzo monastero, quello di Agapia, l’ambiente è più rilassato. Più che un luogo di penitenza sembra un complesso di lusso, con giardino curatissimo e aiole dai fiori multicolori. All’esterno è circondato da graziose villette, che poi sono le case di altre monache, qui molto più numerose che nei precedenti. Mentre usciamo si sente un rumore ritmico, musicale, di pezzi di legno: sembra che fuori ci sia una festa latino-americana (la movida al pomeriggio?), e invece è una suora alle percussioni che dal campanile suona a quella maniera per richiamare le consorelle alla preghiera. A quanto pare si usa così. Finito lo show tocca alle normali campane che svolgono la stessa funzione, destinate però al paese attorno.
Intanto siamo rientrati fra le montagne. Si fa tappa a Piatra Neamț, città turistica stranamente attraversata da una telecabina. Anche qui non è prevista una visita in gruppo. Dopo cena, giro a piedi serale nel vicino centro storico semideserto. La basilica ha il tetto sporgente pure lei, anche se senza affreschi esterni, ed un campanile isolato. Stavolta non piove.
La giornata seguente è dedicata alle bellezze naturalistiche. Ripartiamo verso ovest ed affrontiamo di nuovo i Carpazi. Quasi subito costeggiamo il grande lago artificiale di Bicaz e più avanti ci fermiamo nelle gole omonime, dove la strada si apre un passaggio strettissimo fra pareti di roccia verticali. Peccato che i pedoni debbano contendere il poco spazio ad auto e camion, con grande e comprensibile preoccupazione per Monica. Uno spettacolo del genere c’è anche da noi, ai Serai di Sottoguda vicino alla Marmolada: ma lì la strada è stata deviata ed i pedoni possono percorrere le gole in tranquillità: ci vorrebbe anche qui. Più in alto, altra sosta al Lago Rosso, creatosi per una frana quasi 200 anni fa e che dovrebbe assumere la tinta del nome: invece non pare proprio. È in ogni caso un piccolo, grazioso specchio d’acqua circondato da boschi, e ne emergono tronchi pietrificati di alberi.
Sulla stradina che costeggia il lago noto che pur con molta gente non ci sono ciclisti; ma subito compare una famigliola con tre bambini in bicicletta, i primi due staccati ed il terzo, più piccolo, più indietro coi genitori. Al momento che affianchiamo i primi, il secondo ciclista, allargatosi troppo sullo stretto sentiero, va giù nel baratro: buon per lui che la vegetazione è fitta, se no c’era il lago. La sorella maggiore si volta a guardare, così non vede dove va, e giù anche lei, anzi molto di più. Naturalmente ci fermiamo a raccattare gli infortunati, piangenti e impauriti (la bimba si anche fatta male, ma è solo qualche graffio), e le loro biciclette. Così c’è stata pure la buona azione.
Scendiamo dalle montagne rientrando in Transilvania e proseguiamo verso sud in una valle con paesaggio continuamente variato. Ci si ferma a pranzo a Miercurea Ciuc, dove Marius si esibisce in una manovra forse un po’ fantasiosa. Più avanti altra fermata a Sfântu Gheorghe, ma solo per motivi tecnici. Infine tappa a Brașov, distesa ai piedi di una ripida montagna boscosa priva di qualunque costruzione: fa impressione questo stacco netto fra centro storico e boschi. Anche qui c’è turismo invernale. Sbarchiamo e visitiamo la città a piedi. Pure questa è una città di impronta sassone (si chiamava Kronstadt) con palazzi barocchi dai colori pastello come a Sibiu e Sighișoara. Una stranezza è all’interno della gotica Chiesa Nera, dove le panche hanno lo schienale reclinabile: un senso serve per le funzioni, l’altro per i concerti d’organo.
Cena libera (mi basta un Papanași) e passeggio nel vivace centro, appena dietro l’albergo.
La giornata seguente è dedicata ai castelli. La partenza è anticipata per paura di code al castello di Bran, dove pare che convergano già diversi pullman, essendo quello più gettonato per esservi ambientato il libro di Dracula. Vlad in realtà non c’è mai stato. L’anticipo ha funzionato: il nostro è il primo pullman nel parcheggio. Castello poderoso e arcigno nell’aspetto esterno, ed interessante dentro per la complicazione degli ambienti e gli arredi. Si vede che è antico anche dalla ristrettezza degli spazi. Faceva da guardia all’attiguo confine fra Transilvania (dove ci troviamo) e Bucovina. Ai piedi del castello c’è l’inevitabile accozzaglia di bancarelle, botteghe e un piccolo luna-park a base di vampiri.
Ripartendo si rivede il paese fortificato di Rasnov in alto sul colle e si riprende lo stesso percorso dell’andata, code comprese, rientrando in Valacchia. Pranzo a Sinaia (il paese ha preso il nome dal monastero locale, che a sua volta l’ha preso dal monte Sinai); il ristorante è in alto sulla montagna, in posizione panoramica. Poi tocca al castello di Peleș, del tutto diverso dal precedente: è più moderno (fine ‘800) e anche molto più raffinato e scenografico: sembra un colossale chalet svizzero; si vede bene che era una residenza reale a scopo promozionale. Peccato che la facciata sia oscurata dai ponteggi dei restauri; è un rischio che il turista deve calcolare, ma ne abbiamo trovati solo qui: da questo lato ci è andata bene. Gli interni, vista l’epoca, sono sovraccarichi di decorazioni per lo più in legno, ma c’è anche un camino in marmo di Carrara. Ricordano quelli del castello bavarese (pure lui moderno) di Neuschwanstein.
Si lasciano le montagne; riprendono la pianura e il caldo. Prima di rientrare in albergo, giro finale a Bucarest nella piazza della Rivoluzione: è quella dell’89 con la caduta di Ceaușescu, e sul palazzo del ministero degli interni c’è il balcone del suo ultimo discorso, quando è stato contestato dalla folla che non ne poteva più, e poi ha tentato invano di scappare. Ma tutta la storia è ancora poco chiara.
Ultimo giretto serale a piedi con rientro sotto l’acqua, tanto per cambiare.
Ogni bella cosa ha la sua fine. Pian piano il gruppo si sfalda in porzioni che partono ciascuna ad una data ora, secondo il loro aereo. I primi van via già nella notte; gli ultimi avranno ancora una mezza giornata da passare in città. Noi no: siamo all’aeroporto a metà mattina, sempre con grande anticipo ed il timore che finisca come all’andata; invece è tutto puntualissimo, l’aereo atterra addirittura in anticipo e le valigie arrivano subito: una cosa impensabile sotto ferragosto. Naturalmente qui da noi fa un caldo schifoso, pienamente in linea col clima padano e rinvigorito dal riscaldamento globale. Ma stando a quel che riferiscono gli altri partecipanti già arrivati, dalle loro parti è anche peggio. Tutti rimpiangiamo subito il bel fresco della Transilvania.













