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LE ASSAGGIATRICI

Quando, dal giugno 1941, Hitler si trasferì per lunghi periodi nella cosiddetta “Tana del Lupo”, immersa nella foresta di Gierloz nei pressi di Rastenburg, in Prussia orientale (oggi Kętrzyn in Polonia) ossia in uno dei suoi Quartieri generali militari, il sindaco del vicino villaggio di Gross-Partsch (ora Parcz), selezionò quindici giovani donne che avevano il compito di assaggiare ogni giorno il cibo destinato al Fuhrer. L’iniziativa, che durò circa tre anni, mirava a prevenire un eventuale avvelenamento di Hitler: le donne non erano dunque altro che cavie a pagamento, alla fine segregate e minacciate, in un clima di violenza e di paura. Tra queste si trovava la venticinquenne Margot Wölk, che era ospite dei suoceri in quanto la sua città, Berlino, veniva costantemente bombardata e il marito Karl era in guerra.

Margot fu poi l’unica a salvarsi, poiché le altre furono trucidate all’inizio del 1945 dai soldati sovietici dell’Armata Rossa, mentre lei riuscì, grazie all’aiuto di un ufficiale, a salire su un treno per Berlino. Nel 2012, nel giorno del suo 95° compleanno e due anni prima della sua morte, Margot fu intervistata da un giornalista del Berliner Zeitung e per la prima volta rivelò questo suo terribile passato, che fu divulgato e divenne oggetto di dibattiti.

In Italia la scrittrice calabrese Rosella Postorino ha pubblicato nel 2018, per Feltrinelli, il romanzo “Le assaggiatrici”, vincitore nello stesso anno del Premio Campiello: la protagonista, personaggio ispirato a Margot – che Rosella aveva incontrato poco prima che morisse – si chiama Rosa Sauer; il marito Gregor, che lei e i suoceri Herta e Joseph aspettano per Natale, sarà dichiarato disperso in Russia. Il romanzo, tratto dunque da una storia vera, è quindi diventato un film grazie alla regia di Silvio Soldini: è uscito in questi giorni nelle sale.

La bella e brava Elisa Schlott è Rosa, che fatica a integrarsi nel gruppo di sette donne con le quali deve condividere una così tragica esperienza; e tutto il film è fondamentalmente basato sul loro dialogo, tra un boccone e l’altro, ingurgitato a fatica o addirittura sotto la minaccia di un’arma, o durante le attese tra due pasti. Le giovani finiscono per conoscere alcuni aspetti della propria vita e si scambiano idee – spesso contrapposte – sulla guerra. La solidarietà scatta per poche; e tutto peggiora dopo il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, nella sala riunioni di Rastenburg. Di sfondo, il lugubre sferragliare del treno che di notte conduce Hitler a Berlino o lo riporta alla Tana del Lupo, e che fa capire a ognuna se il “lavoro” di assaggiatrice prosegue o è interrotto. Molto intensa Alma Hasun che interpreta Elfriede, l’unica che diventa amica di Rosa, e convincente Esther Gemsch nella parte della vecchia Herta.

L’unica figura maschile che ha un certo rilievo – escludendo sia il cuoco e i soldati di guardia, con un ruolo di contorno, sia il suocero Joseph – è l’ufficiale delle SS Albert Ziegler (Max Riemelt). Con lui Rosa ha una relazione clandestina, molto passionale, che però non riesce a proseguire dopo aver ascoltato la sua confessione di orrendi crimini, eseguiti “per ordini superiori”.

Dietro a ogni vicenda si avverte la tragedia incombente, con la figura invisibile e terrificante, una sorta di orrendo fantasma, che sembra essere immortale, del dittatore nazista.

Un film insolito, che invita a riflettere, ancora una volta, sulla banalità del male.

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