È singolare che due sorelle registe e sceneggiatrici, le francesi Delphine e Muriel Coulin, autrici di precedenti film di successo in cui erano protagoniste donne e ragazze, abbiano concepito un film in cui, per quasi due ore, è assente qualsiasi personaggio femminile, ad eccezione di poche figure di contorno la cui voce si sente, nel complesso, per qualche minuto al massimo. La scelta ha ragioni ben precise: la storia, raccontata in modo sobrio e senza eccessi, pur evidenziando momenti drammatici, ruota intorno a un nucleo famigliare solo maschile, costituito dal padre Pierre (Vincent Lindon), vedovo, persona tranquilla di idee socialiste, che lavora come operaio riparatore nelle ferrovie e prova a superare momenti di tristezza con le sue forze, e dai due figli ventenni Felix detto Fus (Benjamin Voisin) e Louis (Stefan Crepon). La madre è morta anni prima. Abitano in una casa dignitosa, in Lorena. E soltanto uomini sono i colleghi di Pierre, solo ragazzi sono coloro che frequentano i figli. Perfino alla festa di compleanno di Louis, Fus si mostra impacciato con una ragazza e finisce per ballare con il padre, che gli insegna qualche passo di danza. Un mondo di maschi, dunque, dove le donne, scomparsa la figura materna, quasi non esistono.

Noi e loro, del 2024 (titolo originale Jouer avec le feu, ossia “giocare col fuoco”), è un lavoro coraggioso, frutto dell’adattamento cinematografico del romanzo Quel che serve di notte (2020) dello scrittore Laurent Petimangin. È di fatto una denuncia dell’attuale deriva violenta di gruppi di giovani, in maggioranza maschi, che in Francia come in altri Paesi europei – Italia compresa – si celano dietro giubbotti neri, cappucci, tatuaggi “tribali” e altro per riunirsi a celebrare idee razziste, suprematiste, di estrema destra, in un orrido miscuglio di profonda ignoranza, odio verso gli altri “diversi”, desiderio primitivo di versare sangue. In questo abisso cade il maggiore dei due figli di Pierre, Fus, che ha di fatto abbandonato gli studi, non riuscendo neppure a diplomarsi come metalmeccanico; gioca a calcio con successo nella squadretta locale, ed è l’unica soddisfazione che ha per un po’. Il più giovane Louis invece ha terminato brillantemente gli studi liceali e riesce a entrare alla Sorbona, andando a vivere a Parigi. Si intuisce che Fus, pur molto legato al fratello, prova nei suoi confronti una certa gelosia e un senso di inferiorità, che alla fine lo portano a una rottura con gli equilibri famigliari e con la figura paterna, che trova invadente e oppressiva, preferendo la compagnia degli amici estremisti e violenti, di cui dichiara di condividere le idee.

Pierre assiste dunque impotente al tragico, terribile naufragio del figlio: non è riuscito ad aiutarlo, e si sente colpevole, come genitore, per non averlo tolto da quel mondo malato, per non aver trovato il modo di parlargli e di salvarlo. Fus è perduto, ma anche la vita di Pierre è finita.

Intensa e convincente la recitazione dei tre protagonisti (Vincent Lindon è stato premiato con la Coppa Volpi all’81^ Mostra del Cinema di Venezia, dove il film ha ricevuto il Leoncino d’Oro 2024). Tema interessante e profondo, ci coinvolge tutti: anche l’intera società appare purtroppo inerte o indifferente al riguardo. Da vedere.