Ieri sera, sabato 8 marzo, il concerto della stagione de ‘I Sabati del Conservatorio’ a Novara proponeva, nella sua prima parte, un recital del pianista Daniele Ambrosi, mentre la seconda vedeva protagonista un trio al femminile (è l’8 marzo, che diamine!) di arpa, viola e flauto, rispettivamente suonati da Valentina Ponte, Claudia Delucchi, Giulia Vighetti. Il ventiquattrenne Daniele Ambrosi è una delle giovani promesse, e forse già qualcosa di più, tra i pianisti formatisi presso il Conservatorio novarese, con un’apprezzata esperienza concertistica e qualche incisione discografica. Ieri proponeva un impaginato molto interessante, impostato su due linee diverse lungo le quali si svilupparono i prodromi della musica del ‘900: Debussy e Skrjabin. Di Debussy Ambrosi ha scelto tre pezzi dal Primo libro dei Preludi (1910), cioè il Debussy cui più calzante appare la problematica definizione di ‘impressionista’: i primi due, vale a dire Les Danceuses de Delphe e Voiles (Vele, o come qualcuno, forse con ragione, propone, Veli, nel senso di abiti femminili) e il celeberrimo La Cathédrale engloutie. L’interpretazione di Ambrosi mira a ad una evocazione sfumata, vaporosa del suono, con un fraseggio dai tempi quasi sospesi e una cura finissima delle dinamiche, davvero notevole in particolare in Voiles in cui il materiale sonoro viene ripresentato ogni volta accennando, in un’atmosfera quasi rarefatta e incantata, alle minime variazioni cui è sottoposto. È un


‘impressionismo’, questo che Ambrosi ci propone, sul punto di trapassare in qualcosa d’altro, al limite estremo tra le ultime tracce di un’immagine sonora e della pura astrazione. Nell’interpretazione de La Cathédrale engloutie prevale invece la volontà di riprodurre i vari effetti onomatopeici di cui è intessuta, con un tocco più incisivo e agogiche e dinamiche molto varie, sempre espressivamente efficaci. Di Skrjabin Ambrosi ha eseguito la Sonata n.3 in fa# minore op.23 (1898), nei tradizionali, quattro movimenti, che conclude la fase giovanile della produzione di Skrjabin. Siamo dunque in una fase della musica del grande pianista e compositore russo in cui il simbolismo dei suoi anni maturi ancora non si è affermato. Il movimento musicalmente più significativo è senza dubbio l’Andante in terza posizione che Ambrosi suona con tocco soffuso e delicato, nel quale va sfumando anche gli incisi che riprendono il primo movimento. Il meglio di questa interpretazione è raggiunto nella sezione centrale, nella cangiante ed evanescente tavolozza timbrica in cui il pianista trasfonde il fitto e sottile contrappunto, ricco di cromatismi di questa sezione del pezzo, mentre nel quarto tempo, Presto con fuoco, il tocco di Ambrosi, sempre esatto e calibrato con precisione, sfodera una potente energia, efficace in particolare nella sezione Maestoso. Ma l’insieme del pezzo è stato eseguito con correttezza e precisione, con cura attenta dei dettagli, e padronanza piena della tecnica pianistica anche nei passaggi più impervi. Daniele Ambrosi è un pianista completo, con ottima base tecnica, fraseggio fluido con ottimi legati, un suono di buona qualità espressiva. Nella seconda parte del concerto tre altri giovani strumentisti hanno preso il posto di Ambrosi: la sua coetanea Valentina Ponte, arpista catanese, ma perfezionatasi al Cantelli, con una rilevante serie di primi premi in numerosi concorsi nazionali dedicati al suo strumento, Claudia Delucchi alla viola, con studi tutti al Conservatorio di Novara, membro dell’OSCOM, l’Orchestra sinfonica del Conservatorio di Milano, e la flautista Giulia Vighetti, aostana, ma anche lei novarese di formazione. Il primo pezzo da loro proposto è stata una trascrizione ad opera di C. Salzedo per trio d’arpa, viola e flauto del primo tempo, Modéré, della Sonatine per pianoforte di Ravel (1905). L’esecuzione, con buona intesa fra i tre strumenti nei tempi e nelle dinamiche, nonché nel dialogo, ha messo in luce una forma musicale chiara e trasparente, con il suo gioco di timbri vario e brillante, in cui il cristallo del flauto e il timbro della viola correttamente con i vari registri dell’arpa. Iniziatosi all’insegna di Debussy, il concerto si è concluso con un altro pezzo del grande compositore francese, la Sonata per arpa, viola e flauto in Fa maggiore L 145 (1915). Questo capolavoro del tardo Debussy è tutto affidato al gioco vario e incessante dei timbri, a un succedersi di ‘macchie sonore’ che conduce ai limiti dell’atematismo, soprattutto nel Finale, dove del dialogo tematico proprio della tradizione classico-romantica sembra non restare traccia. Purtroppo l’esecuzione di questo capolavoro non è stata all’altezza. Le tre strumentiste hanno interpretato in modo piuttosto piatto questo mosaico sonoro. A un flauto scialbo si è aggiunta una viola dall’intonazione un po’ incerta, dai colpi d’arco, soprattutto gli staccati, alquanto deboli, un vibrato poco efficace e in generale un suono secco, dalla paletta esile e con scarsa cura dei chiaroscuri dinamici. I momenti migliori sono stati quelli che hanno visto, quasi come ‘collante’ melodico, l’intervento di un’arpa, invece, decisamente convincente per qualità di suono. Ne è risultato un finale alquanto deludente di un concerto iniziato sotto i migliori auspici. Il pubblico, da tutto esaurito, ha comunque applaudito le giovani strumentiste, che meritano in ogni caso un incoraggiamento per il difficile cammino di studi intrapreso. Come sovente succede ai Sabati del Cantelli non è seguito nessun fuori programma, né da parte di Ambrosi, né da parte del Trio.
9 marzo 2025 B. Busca