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UNA SERATA TUTTA PER SCHUBERT AL VIOTTIFESTIVAL DI VERCELLI

Interamente dedicato a musiche di F. Schubert il concerto tenutosi ieri sera, sabato 15 Marzo, al Teatro Civico di Vercelli per il ViottiFestival e che vedeva sul podio come direttore e solista il Maestro Guido Rimonda, alla guida della ‘sua’ Camerata Ducale. A iniziare il concerto, l’impaginato proponeva la versione che il celebre chitarrista e compositore vercellese Angelo Gilardino scrisse per violino e orchestra da camera della nota Sonata in la minore D 821 per arpeggione e pianoforte di Schubert. Degna di nota la disposizione delle linee strumentali, coi legni al posto dei primi violini, salvo il fagotto, sulla linea dei violoncelli: indubbio il vantaggio che ne ha tratto la proiezione di questi strumenti, con le conseguenze sull’impasto timbrico dell’orchestra.  È ovvio che quando al pianoforte si sostituisce un’orchestra, cambia tutto: una versione per violino e orchestra non ha molto a che vedere con l’originale per strumento solista e pianoforte, a maggior ragione quando cambia anche lo strumento solista (oggi è in genere il violoncello, il museale arpeggione è confinato alle ‘esecuzioni storicamente informate’). Quindi non abbiamo ascoltato ieri sera un’opera di Schubert, ma un’opera di Gilardino che rifà da capo a piedi, nella strumentazione, ma anche con qualche rielaborazione originale e con una cadenza nel primo tempo, un’opera di Schubert. L’abbiamo ascoltata con interesse e curiosità, perché le capacità espressive del violino di Rimonda compensano ciò che va perduto con il cambiamento di timbro, e l’orchestra permette un gioco più vario nel tessuto dei colori musicali che dialogano con il solista. Forse il movimento in cui l’orchestra riesce meno efficace del pianoforte è l’Adagio centrale, la cui ispirazione chiaramente liederistica va un po’ perduta con l’accompagnamento orchestrale. Comunque, applausi davvero meritati e dovuti all’ eccellente esecuzione di Rimonda. Il suo suono, i suoi colpi d’arco, la sua intelligenza interpretativa hanno saputo dare voce, affascinante e suggestiva, al tema introverso e malinconico dell’Allegro moderato, hanno effuso con intensità coinvolgente la sognante melodia dell’Adagio,

hanno dato freschezza e gioiosa vivacità al refrain del Rondò nel finale, liberando nei couplets tutta la forza e l’energia del suo virtuosismo, specie nel primo couplet, con le sue scale rapinose, i repentini cambi di registro, gli arpeggi staccati, i salti etc. Un virtuosismo peraltro già esaltato dalla cadenza introdotta da Gilardino nell’Allegro moderato, in cui Rimonda ha una volta di più dimostrato cosa può fare col suo Noir, dalle doppie corde più ardue alle arcate più funamboliche. Ottima esecuzione, cui non ha mancato di dare il suo apporto una Camerata Ducale in perfetta sintonia col solista/direttore. A seguire è stata presentata una composizione il ‘Concertstuck (scritto proprio così nell’edizione tedesca del tempo) in Re maggiore’ D 345, per violino solista e piccola orchestra, formata da archi, oboe, tromba e timpani. Si tratta di uno degli unici tre brani per orchestra e strumento solista (in tutti e tre i casi il violino) scritti da Schubert, notoriamente allergico al genere del Concerto solistico. Composizione bipartita, di breve durata, è introdotta da un Adagio, a mo’ di Ouverture, dopo il cui esordio solenne, nell’esecuzione di Rimonda spogliato della tragicità che altre interpretazioni gli conferiscono, sale in primo piano il violino, il cui canto melodioso, dall’andamento liberamente toccatistico, Rimonda interpreta da par suo, con quel suono elegante, limpido, sempre preciso e accurato nelle dinamiche, che ben gli conosciamo. La sezione seguente del pezzo era un Allegro dalla struttura stranamente arcaica, baroccheggiante, con l’alternarsi degli episodi solistici e del ritornello dell’orchestra, quasi come in un concerto di Vivaldi. Qui il violino solista abbandona il soave melodismo dell’Adagio per abbandonarsi al ritmo gradevolmente incalzante di una musica vivace e brillante, che la cavata luminosa di Rimonda rende particolarmente piacevole. Non è, questo, certo, un brano di quelli che hanno procurato a Schubert fama immortale, ma è un delizioso cammeo, ideale per concludere la prima parte di un concerto. Gli applausi scroscianti di un pubblico come sempre assai numeroso hanno ottenuto un fuori programma: una dolcissima Ave Maria di Schubert, suonata da orchestra e solista in una versione non priva di un tocco di gradita originalità.   Dopo due brani che vedevano il protagonismo assoluto del violino, la serata è terminata con una sinfonia schubertiana, la n.5 in Si bem. maggiore D 485. Davvero degna di ogni elogio l’interpretazione che la bacchetta di Rimonda ci ha offerto di questa sinfonia di Schubert, di cui ha saputo esaltare la caratteristica di fondo, quella perfezione e nitidezza trascendentale della forma, quell’eleganza classica che con squisita raffinatezza si rifà alla luminosa grazia mozartiana, dopo il tentativo, fallito, di imboccare la strada del tragico beethoveniano con la quarta sinfonia (appunto, la “Tragica”). Abbiamo ascoltato con ammirazione, per la linea espressiva e l’accuratezza dell’esecuzione l’incantevole fluidità melodica e la sublime leggerezza dell’Allegro, la serenità appena increspata di qualche fuggevole ombra dell’Andante, la grazia del Minuetto, forse un po’ troppo vicino a quello del Minuetto della K550 di Mozart, la brillante spensieratezza del Finale. La Camerata Ducale ha dato, sotto la guida di Rimonda un’ottima prova, con un dialogo sempre controllato con sicurezza tra i fiati e gli archi, gestendo con cura lo scambio dei temi, con un piacevole variare dei colori, che tocca il suo culmine nei festosi giochi contrappuntistici nel Finale. Gli applausi prolungati hanno tributato a direttore e orchestra il giusto encomio per una serata di musica davvero raffinata ed elegante, ottimamente suonata, degna del più alto apprezzamento.( Foto Ufficio Stampa di Vercelli)

16 marzo 2025 Bruno Busca

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