Ieri, domenica 26 Gennaio, il Teatro Coccia di Novara ha visto l’apertura della stagione d’opera 2025, che, come ormai avviene dal 2022, coincide coi giorni della festività patronale di S. Gaudenzio e dura per tutto il corso dell’anno solare, sino a Dicembre. La prima si era tenuta venerdì 24. Con il 2025 torna a Novara l’Otello verdiano, dopo diciassette anni di assenza. Si tratta di una coproduzione con i Teatri di Piacenza, Modena, Reggio Emilia, Rovigo, in cui il cast novarese è quasi totalmente cambiato. La regia di Italo Nunziata, molto sobria, si concentra sulla dimensione psicologica di tormento assoluto, che serra come in una spietata prigione l’io che ne cade vittima. Da qui l’idea di far svolgere il dramma del moro di Venezia in uno spazio chiuso, delimitato da pareti di rame mobili, a rappresentare anche l’esterno, il mare, ossidate dal tempo e progettate dallo scenografo Domenico Franchi, nonché illuminate dalle luci di Fiammetta Baldisseri, per l’occasione riprese dal Light Designer del Coccia, Ivan Pastrovicchio, cui vanno ancora una volta le nostre lodi per la capacità di creare effetti d’ombra e cromatici di poderosa suggestione drammatica. Le scelte registiche di Nunziata spostano la vicenda nell’epoca in cui l’opera fu composta (1887), un tardo ‘800 borghese. Le note di regia non spiegano molto chiaramente le ragioni di questa scelta, che non ci pare abbia i

nfluenzato in modo evidente la rappresentazione, salvo, ovviamente, i bei costumi di Artemio Cabassi, che, con gusto tutto ‘alla Pizzi’, ha confezionato abiti che colpiscono per la raffinatezza dei tessuti, per i colori, per le fogge: come ormai da un po’ di tempo al Coccia, l’occhio è un organo di senso d’importanza almeno pari all’orecchio. Venendo a quest’ultimo, debuttava la direzione dell’Otello il Maestro statunitense Christopher Franklin, alla sua seconda direzione d’opera al Coccia, questa volta alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana, accompagnata dal Coro del Teatro Municipale di Piacenza (Maestro Corrado Casati) dal Coro di Voci Bianche Piacenza (Maestro Giorgio Ubaldi.) e dalla Banda di Palcoscenico sotto la guida di Alberto Sala. Franklin ha diretto correttamente la penultima fatica verdiana, con scelta dei tempi equilibrata, rispettando il peso vocale dei cantanti sul palcoscenico, con cura molto attenta delle dinamiche e dei timbri dell’orchestra,

accompagnando con sapienza le climax emozionali della partitura. Ottima ancora una volta la prestazione della Filarmonica italiana, compatta e precisa nell’emissione del suono e nel rapporto tra le sezioni, così come buona è stata la prestazione dei due cori piacentini, e della Banda di Palcoscenico. Venendo ai singoli cantanti, è ovvio che l’Otello, per riuscire, deve poter contare su tre voci di buon livello e qualità impeccabili. Diremmo che i tre protagonisti sono stati pienamente all’altezza dell’arduo compito cui erano chiamati L’eroe eponimo era interpretato a Novara dal tenore Roberto Aronica. La voce del tenore di Civitavecchia è di bel timbro, buon volume, con proiezione efficace., dal fraseggio sorretto da buone dinamiche e da solidi registri: da sottolineare la bravura teatrale, da consumato attore, con cui Aronica ha dato vita ad un Otello travolto interiormente dalla sofferenza, da una inesorabile rovina, di una tensione espressiva ed emotiva davvero coinvolgenti. Decisamente positiva anche l’interpretazione che di Jago ha dato il baritono Angelo Veccia. Dotato di un raffinato strumento

vocale, sicuro e ben calibrato in tutti i registri dell’estensione, ha dato prova di un bel fraseggio, molto adatto al personaggio nella sua linea espressiva suggestivamente sottile, sostenuta da un’ottima dizione perfettamente aderente alla ‘parola scenica’ verdiana. Recita benissimo, catturando nella perfida ragnatela del suo disegno un Otello vittima delle maniere signorili e disinvolte, con cui Jago lascia cadere con apparente indifferenza frasi e allusioni che sulla mente del moro producono un effetto distruttivo. Cantava Desdemona il quarantatreenne soprano polacco Iwona Sobotka, al suo debutto nella parte e per noi una scoperta. La sua è una voce chiara e luminosa e in generale fluente nel fraseggio, con belle messe di voce, capace di salire con morbidezza ad un acuto, che, salvo qualche episodica nota un po’ ‘strillata’, è di buona qualità. Il suo punto di forza vocale è l’intensità espressiva nei momenti emozionalmente più intensi dell’opera, toccando l’apice nella sequenza del quart’atto Canzone del salice-Ave Maria, sintesi delle virtù musicali di questo soprano. Di fisico iconico, ha anche recitato con efficacia la sua parte sotto il profilo teatrale, innocente e dolce vittima delle passioni maschili, sorta di angelo caduto nell’inferno degli uomini. Delle numerose parti di fianco menzioniamo il tenore Oronzo D’Urso, bravo nel ruolo di Cassio e il mezzosoprano macedone Nikolina Janevska un’Emilia dalla voce un po’ troppo opaca. Il resto del cast ha assolto diligentemente il proprio compito, contribuendo al gran successo di questo impegnativo inizio di stagione del Coccia, confermato pienamente dagli applausi prolungati ed entusiastici del pubblico, accorso come sempre numeroso e attento. (Foto di Mario Finotti- Ufficio Stampa Teatro Coccia)
27 gennaio 2025 Bruno Busca